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La Corte Penale Internazionale (CPI) ha recentemente emesso mandati d’arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra durante il conflitto a Gaza. Mentre molti paesi europei si sono detti pronti a rispettare la decisione della CPI, la Francia ha adottato una posizione più cauta, suggerendo che Netanyahu potrebbe godere dell’immunità diplomatica poiché Israele non è firmatario dello Statuto di Roma. Questo atteggiamento ha sollevato un dibattito tra obblighi legali e considerazioni politiche, scrive Al Jazeera.
L’Articolo 27 dello Statuto di Roma stabilisce chiaramente che le decisioni della CPI si applicano a tutti, indipendentemente dalla loro carica ufficiale, escludendo esenzioni per i capi di Stato. Questo principio è stato ribadito nel 2019 nel caso contro l’ex Presidente sudanese Omar al-Bashir, quando la CPI ha dichiarato che il diritto internazionale consuetudinario non concede immunità ai capi di Stato, nemmeno a quelli di paesi non firmatari come il Sudan o Israele.
Essendo firmataria dello Statuto di Roma, la Francia è obbligata a rispettare le decisioni della CPI, inclusi i mandati di cattura. La posizione francese si basa sull’Articolo 98 dello Statuto di Roma, che riconosce gli obblighi internazionali relativi all’immunità diplomatica. Tuttavia, gli esperti sottolineano che questo argomento è stato invalidato dalla CPI nel caso al-Bashir. Di conseguenza, la Francia resta legalmente vincolata a collaborare con la CPI, anche se in disaccordo con le sue decisioni.
In un caso analogo, la Francia aveva appoggiato il mandato d’arresto della CPI contro il Presidente russo Vladimir Putin per presunti crimini di guerra in Ucraina, criticando la Mongolia per non averlo arrestato durante una visita ufficiale. La disparità tra il trattamento di Netanyahu e quello di Putin evidenzia possibili motivazioni politiche, con la Francia che sembra dare priorità alle relazioni diplomatiche rispetto a principi legali coerenti.
Gli esperti, tra cui William Schabas e Yasmine Ahmed, avvertono che la posizione della Francia mina la credibilità e lo scopo della CPI, che è quello di garantire responsabilità per i crimini più gravi. Un’applicazione selettiva delle sue decisioni rischia di erodere la fiducia nella Corte e potrebbe incoraggiare altri paesi a ignorarne i mandati.







