The Netherlands, an outsider's view.

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“La disgrazia della città di Leida”: la gigantesca esplosione del 1807 raccontata da Johann Peter Hebel

CoverPic: Johannes Jelgerhuis, Het Rapenburg te Leiden drie dagen na de ontploffing van het kruitschip op 12 januari 1807 | License: public domain

di Simone Gregorio

È il 12 gennaio del 1807 quando la città di Leida viene sconvolta da un’immane tragedia: verso le quattro del pomeriggio, un’esplosione provoca più di 150 morti e abbatte centinaia di edifici, danneggiandone un numero ancora maggiore. L’epicentro è la nave Delfs Welvaaren, carica di 18 tonnellate di polvere da sparo e completamente distrutta dalla denotazione.

Questo potrebbe essere il sunto di Unglück der Stadt Leiden, breve bozzetto che lo scrittore svizzero Johann Peter Hebel dedicò all’accaduto nel libro Schatzkästlein des rheinischen Hausfreundes: tale fu la tragedia a Leida che i suoi effetti si fecero sentire anche tra le pagine del noto autore e religioso elvetico. Si è in pieno periodo napoleonico, e i Paesi Bassi, per quanto ancora formalmente indipendenti (solo nel 1810 diventeranno a tutti gli effetti una provincia francese), sono in realtà uno stato fantoccio asservito alla Francia, governato dal 1806 dal fratello minore di Napoleone, Luigi Bonaparte.

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La corsa agli armamenti nell’Olanda “napoleonica”

La possibilità di una guerra contro la Gran Bretagna spinge l’Olanda ad immagazzinare armi ed equipaggiamento bellico e nel 1806 il governo ordina la produzione di polvere da sparo, che dovrà essere trasportata da Amsterdam a Delft con l’ausilio di tre navi civili. Tra queste c’è anche la Delfs Welvaaren, il cui equipaggio è composto dal capitano Adam van Schie, dai suoi figli Saloman e Adam eda Jan van Engeeln. Completato il carico dei barili di polvere ad Amsterdam, dove la nave era arrivata il 6 gennaio, la Delfs Welvaaren parte lasciandosi dietro le altre due navi per il trasporto della polvere da sparo, rimaste ad Amsterdam per il prolungarsi della fase di carico.

Trovandosi in anticipo rispetto alla tabella di marcia, la Delfs Velwaaren fa rotta per Leida, dove arriva il 10 gennaio. Qui l’equipaggio conta di fermarsi per qualche giorno in attesa delle altre due navi, rimaste bloccate ad Amsterdam a causa del congelamento di alcuni dei canali della città. La nave viene ancorata nello Steenschuur, un canale che attraversa la città. Poi, due giorni dopo, il disastro. I quartieri attorno alla nave vengono distrutti, i vetri delle finestre e le tegole dei tetti, anche in edifici lontani dal luogo dell’esplosione, si infransero e si ruppero, l’ancora della Delfs Velwaaren viene scaraventata a 900 metri di distanza dalla forza dell’esplosione. Si contano 151 morti, oltre 2000 feriti e almeno 220 case completamente distrutte.

Il soccorso di “Luigi il buono”

Dopo poche ore, accorre a Leida Luigi Bonaparte, che coordina personalmente i soccorsi, affidati ai soldati della guardia reale. Ordina inoltre ai fornai di Delft di preparare del pane per i sopravvissuti, mette a disposizione 30.000 fiorini del suo patrimonio personale per aiutare la città e la rende esente da tasse per i successivi dieci anni.

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L’attenzione dimostrata da Luigi e il suo essere presente in prima persona sul luogo della tragedia, gli attirarono la simpatia del popolo olandese, e anche grazie al comportamento altruistico dimostrato nuovamente due anni dopo, a seguito di alluvioni nei Paesi Bassi centrali, ai suoi tentativi di imparare l’olandese e alle sue numerose visite in ogni angolo del regno, divenne noto come “Luigi il buono”. Le indagini per conoscere le cause del disastro non portarono ad un risultato certo.

Sulla base di alcune testimonianze si concluse comunque che poco prima dell’esplosione l’equipaggio della Delfts Velwaaren fosse sul punto di consumare un pasto a base di patate, e che quindi la causa del disastro potesse essere un incidente avvenuto durante la cottura. Dell’equipaggio, l’unico sopravvissuto fu Adam van Schie: ammalatosi prima del viaggio, era rimasto a terra e fu “ritrovato” in un’osteria a Delft.

 Johann Peter Hebel, chi era costui?

Il disastro ebbe un forte impatto su tutta Europa e tra le opere che documentano lo sconcerto dei contemporanei c’è appunto il breve testo di Hebel. Pastore protestante, professore e poeta, Hebel figura tra i più importanti autori svizzeri, apprezzato da contemporanei come Goethe così come da autori successivi. Nel suo libro del 1811 Schatzkästlein des rheinischen Hausfreudnes (Il tesoretto dell’amico di casa renano), raccolta di brevi racconti e bozzetti dedicati ai temi più diversi, da lui precedentemente scritti e pubblicati su calendari popolari, dedica al disastro di Leida uno dei brani più famosi. Hebel descrive la quotidianità degli abitanti di Leida, che si alzano, pregano, mangiano e svolgono le loro attività, quotidianità che verrà poi spazzata via dalla distruzione causata dall’esplosione, su cui si concentra la seconda parte del brano.

Nel finale, Hebel sembra voler gettare un po’ di speranza sull’intera vicenda: il re buono, Luigi Bonaparte, si prodiga per il bene dei suoi sudditi, e anche dai paesi nemici arrivano aiuti per la città. Come scrive il critico Winfried Sebald “al processo cieco e sordo della storia, che avanza rumoreggiando, Hebel contrappone eventi, nei quali a una sventura corrisponde il suo risarcimento e ogni campagna militare è seguita da un trattato di pace” e così è anche per la disgrazia della città
di Leida.

La disgrazia della città di Leida raccontata da Hebel

Riportiamo qui di seguito la traduzione in italiano, tradotta e curata da Simone Gregorio, del testo di Hebel.

Questa città si chiama da tempo immemorabile Leiden (“Leiden” in tedesco significa “sofferenza” e “patimento”, oltre che indicare la città olandese) e nessuno ha mai saputo il motivo, fino al 12 gennaio dell’anno 1807. Si trova sul Reno, nel regno d’Olanda, e aveva prima di tale giorno undicimila case, abitate da 40.000 persone, e probabilmente era dopo Amsterdam la città più grande dell’intero regno. Quella mattina ci si alzò come tutti gli altri giorni; chi recitava le preghiere e chi no, e nessuno pensava a come sarebbe stato a sera, sebbene una nave con settanta barili pieni di polvere da sparo fosse in città. Si mangiò a mezzodì, si gustò il cibo come ogni altro giorno, sebbene la nave fosse ancora lì. Ma quando di pomeriggio la lancetta della grande torre segnò le quattro e mezza, persone diligenti sedevano a casa a lavorare, madri devote cullavano i loro bambini, commercianti curavano i loro affari, bambini erano a scuola insieme, perdigiorno sedevano annoiati in osteria davanti alle carte e a una brocca di vino, qualcuno si preoccupava dei giorni a venire, cosa mangiare, cosa bere o con cosa vestirsi, e un ladro infilava forse una chiave falsa in una porta altrui, improvvisamente ci fu uno scoppio. La nave con i suoi 70 barili di polvere da sparo prese fuoco, e in un batter d’occhio (non riuscireste a leggere più velocemente di quanto accadde), in un batter d’occhio interi vicoli con le case e tutto quello che ci viveva ed abitava vennero distrutti e ridotti in macerie o furono terribilmente danneggiati. Centinaia di persone furono seppellite vive o morte sotto le macerie o furono gravemente ferite. Tre scuole con bambini al loro interno crollarono a terra, persone e animali che erano in strada nei pressi dell’incidente vennero scaraventati in aria dalla violenza dell’esplosione e finirono a terra in uno stato pietoso. Alla disgrazia contribuì anche un incendio che ben presto imperversò dovunque e quasi non poté essere spento, perché colpì molti magazzini pieni d’olio di balena. Ottocento delle case più belle crollarono o dovettero essere abbattute. Si vide bene come le cose possono cambiare dalla mattina alla sera, anche con una città grande e popolosa. Il re d’Olanda dispose subito un risarcimento considerevole a tutti coloro che fu possibile salvare. Anche i morti che si riuscì a disseppellire dalle macerie furono portati nel palazzo comunale, così da poter ricevere una degna sepoltura. Furono concessi molti aiuti. Sebbene Inghilterra ed Olanda fossero in guerra, da Londra giunsero navi cariche di aiuti e grandi some di denaro per gli sventurati. E questo è bene, poiché la guerra non dovrebbe mai arrivare ai cuori degli uomini. È già terribile abbastanza quando essa tuona fuori dalle porte e dai porti delle città.