OPINIONE

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La complificatie di bere un espresso hipster

di Massimiliano Sfregola

 

Il giornalista e presentatore Teun van de Keuken, in un pezzo pubblicato sul quotidiano Volkskrant, lancia l’attacco alle “caffetterie hipster” ormai parte dell’arredo urbano olandese. Scrive van de Keuken  “Le difficoltà creano valore. Complificatie è quando si riesce a vendere un prodotto molto semplice, a peso d’oro”.

I “Coffee n beans“, “Coffee n juice“, “Coffee n love” sono ovunque: fenomeno globale, con tratti talmente uniformi da far sembrare questi locali più una catena concorrente di Starbucks che non una miriade di negozi più o meno indipendenti che, semplicemente, si copiano allo sfinimento.

Il culto caffeinico indipendente/standardizzato presenta sempre gli stessi elementi: arredamento DIY con legno recuperato -o pseudo tale- lampadine Edison, musica indie di sottofondo, slogan infantili rigorosamente in sans-serif, cibi bio/organici/vegani/superfood venduti a peso d’oro. Dietro il bancone un esercito di “baristi” barbuti, tra i 20 e i 30, con alle spalle lei -la regina della caffetteria hipster- una scintillante e sofisticata macchina del caffè, oggetto di culto raffinato e un pò snob. E se da noi l’esperienza di un espresso si limita ad una brutale sveltina da 90centesimi al bancone -con l’auto ancora accesa in doppia fila- in nord Europa, la complificatie tramuta il banale atto di sorseggiare un caffè in una vera e propria “experience”. E come tutte le experience, pagata a peso d’oro: ad Amsterdam, una “catena indipendente” di caffetterie -alla quale, per decenza, non facciamo pubblicità- una di quelle che mette la tostatrice in vetrina, fa pagare un espresso 3,80e: è obbligatorio ordinarlo doppio.

Potremmo ridicolizzare allo sfinimento, una tendenza che offre elementi di satira a non finire ma il problema principale è che tutto maledettamente serio: come scriveva Kyle Chaka sul Guardian, “non è un caso che i luoghi si assomiglino tutti […] una riduzione ossessiva da hipster, ottenuta attraverso una percezione superficiale della storia”. Già, la caratteristica principale di questi luoghi/non luoghi globali che Chaka definisce “AirSpace” è quella di prendere l’estetica del “reale”, della storia, delle tradizioni e della cultura e trasformarle in prodotti di consumo. Una caffetteria hipster non ha nulla di etico nè tantomeno di solidale, non svolge attività sociali ed è un perno dell’economia post-capitalista. Eppure l'”estetica solidale” è un prodotto molto venduto nella fascia medio-alta della società liquida, nonostante si limiti all’aspetto visivo dei fenomeni che imita ma faccia danni nel mondo reale.

Un esempio? Le caffetterie hipster sono i primi segni di gentrificazione negli ex quartieri popolari delle metropoli; Amsterdam e Rotterdam non fanno eccezione. Basti vedere cosa sta accadendo nella capitale ad aree come Noord o Nieuwe West: chiudono macellerie islamiche o supermarket turchi e aprono i “Coffee n beans” o “Coffee Roast” di turno. Quando i baristi hipster rimpiazzano la famiglia originaria dell’Anatolia, del winkel sotto casa è segno che il “circolo della gentrificazione” è partito.

Sul piano sociale questo neo-capitalismo dell’estetica non porta con sè nulla di nuovo, non interagisce con le realtà locali dove si insedia -se non con quella classe internazionale e benestante alla quale si rivolge- ma soprattutto sfrutta concetti e simboli nati in contesti anni luce distanti dal mondo di cui è espressione. Cultura vegana, commercio equo e solidale, musica indipendente, mobilio realizzato con materiale di scarto sono stati elementi delle subculture antagoniste degli anni ’90; per le realtà politicizzate e non commerciali, rappresentavano una forma di rottura con il consumismo. Nuove caffetterie  -ma anche negozi di birra artigianale, negozi di cibo organico, etc.- si sono appropriate di quella cultura trasformandola in un bene di consumo.

E per chi ad Amsterdam volesse sfuggire alla complificatie e sorseggiare un caffè, senza pagare -per chi è al minimo sindacale- quasi la metà di un’ora di lavoro? Beh non resta che il  “4 uurtje” di Hema. Sorvoliamo sulla qualità ma sul piano dell’experience, la caffetteria sovietica della catena olandese batte il DIY snob senza competizione. Se non altro ha il pregio di liberarci per un’ora dalla fauna monocultura dei cafè hipster.

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