di Giuseppe Menditto

Edoardo Ferrario, classe 1987, laureato “inutilmente” in giurisprudenza, mattatore romano considerato uno dei più affermati stand-up comedian italiani, notevole imitatore, acuto osservatore del mondo che lo circonda. La frase andrebbe letta tutta d’un fiato con la voce e lo sguardo assassino di Corrado Guzzanti che imita il Minoli di Mixer

A ben pensarci, per il debutto ad Amsterdam di Ferrario forse più adatto sarebbe un altro celebre sketch di Guzzanti sui rischi dell’incomunicabilità all’epoca della grande comunicazione globale. Ma su questo si tornerà più avanti.

Da poche ore su Netflix si può apprezzare la sua ultima performance, Temi caldi, il primo di tre spettacoli che la piattaforma ha affidato a Edoardo Ferrario, Francesco De Caro e Saverio Raimondo per celebrare la comicità italiana.

Approfittando di una ventosa serata olandese, l’abbiamo incontrato durante una serata di stand-up comedy organizzata dalla birreria De Prael. Non è la prima volta che Edoardo viene in vacanza ad Amsterdam, ma essendoci venuto come molti a diciott’anni appena compiuti, è come se fosse una prima volta.

Il comico è in città per il debutto del suo World Tour con il nuovo spettacolo Diamoci un tono. Insieme a Berlino, Londra, Ancona e Bologna gli abbiamo immediatamente chiesto cosa unisca le capitali del vizio ad alcune città europee

“L’esigenza nasce nel momento in cui ci siamo resi conto del numero di italiani all’estero. Abbiamo pensato quindi di fare spettacoli per coloro che ci seguono da fuori, esponenti di una generazione in fuga, che hanno forse molta più voglia di ridere rispetto a chi è in Italia. Amsterdam, Berlino e Londra non sono altro che tappe di un tour italiano allargato. L’altra cosa, forse più importante, è quella di iniziare a esibirmi in inglese per avere del materiale rodato, non certo per la lingua quanto per i contenuti. Viviamo un momento in cui la comicità si sta internazionalizzando, anche grazie a Netflix che realizza progetti come Comedians of the World. Mi sto rendendo conto che molti pezzi realizzati da americani, o viceversa, cose che faccio io esibendomi di fronte ad un pubblico internazionale, funzionano bene, perchè sono parte di un trend globale: l’ossessione per il cibo biologico è molto radicata dovunque e la globalizzazione esiste anche per la comicità”.

Al De Prael il microfono non funziona, qualche expat dal pubblico grida “free beer” a testimonianza di una perfetta integrazione olandese. L’ordine di esibizione viene modificato, Edoardo sarà l’ultimo a salire sul palco. Più che tensione per il debutto, il comico è mosso da una divertita curiosità: non immaginava quanto le serate di stand-up comedy ad Amsterdam siano frequentate da una platea così varia. I primi venti minuti se ne vanno come al solito in una sorta di censimento in cui vince chi proviene dal posto più esotico o dall’americano di turno che si alza già sbronzo e grida “Texas”. Le esibizioni si alternano sfruttando tutti i cliché ben conosciuti a chi vive qui: lo scozzese che racconta dei turisti ubriachi suoi connazionali svenuti nella hall dell’albergo nel quartiere a luci rosse riscuote lo stesso successo dell’olandese ipocondriaco che va dal medico. Il pubblico anticipa la battuta urlando in coro “paracetamol”, la sola e unica risposta possibile per ogni malanno.

Finalmente è il turno del comico romano: quindici minuti esatti in cui condire stereotipi con esperienze personali di vita. Pur non conoscendo il territorio, Edoardo decide comunque di rischiare un po’: inizia con un pezzo sulle birre artigianali molto divertente (ben più strutturato nello spettacolo su Netflix) ma subito si accorge che l’ossessione italiana – e romana – per l’argomento non è esattamente la stessa: la stand-up in inglese è soprattutto questo. Non c’è tempo per costruirsi la battuta, il ritmo deve essere incalzante, devi necessariamente creare un collegamento tra te e “l’aborigeno mettiamo dalla parte opposta del pianeta”.

Durante la nostra chiaccherata, ritorniamo sulla questione: “la differenza più grande tra l’esibirsi in italiano e in inglese sta nel suono e nel ritmo. Alcune cose fanno ridere in italiano ma non se sono tradotte in inglese perchè c’è una comicità anche nei suoni e nel susseguirsi delle parole. La lingua italiana ama lo storytelling, puoi costruire prima di arrivare alla battuta risolutiva; in inglese devi stare attento perchè funzionano le battute brevi. In italiano hai una ricchezza espressiva incredibile, puoi far ridere usando un sinonimo piuttosto che un altro, puoi adottare un registro aulico che la gente riconosce come tale, in inglese – di certo impoverito dall’essere lingua franca della globalizzazione – hai solo un registro e le pause rischiano di essere tempi morti che spezzano il ritmo”.

La magia della stand-up comedy sta proprio in questo: per poter sperimentare il respiro di un pezzo e il ritmo di una battuta bisogna confrontarsi col pubblico. Anche il più arrivato artista deve nascondersi in platea, studiarne le reazioni e provare i propri pezzi inediti come un neofita qualsiasi. Pochi minuti a testa, in cui bilanciare improvvisazione e mestiere.

A differenza dell’avanspettacolo, in cui è la capacità di intrattenere un pubblico vasto a fare la differenza, la stand-up comedy è molto più intima, tra l’artista e il pubblico si deve creare uno spazio di complicità. Come Edoardo ci racconta a esibizione conclusa:

“devi fare ovviamente i conti col fatto che gli stranieri non conoscono l’Italia o la conoscono soltanto attraverso stereotipi. Lo stereotipo è però ciò che ti permette di essere accessibile da persone che non conoscono il tuo Paese. Io ho molti pezzi che funzionano benissimo (“i pezzoni” come li definisce) ma che non funzionerebbero al di fuori della comunità italiana: in realtà il pubblico nemmeno li vuole sentire, quando ti esibisci sei italiano e qualcosa su di te la devi comunque dire, fa ridere e chi ti ascolta se lo aspetta. Se io salissi sul palco con un pezzo sulla satira religiosa, il pubblico lo rifiuterebbe perchè sarebbe più interessato a mio padre che coltiva le melanzane – anche se mio padre è un medico e non possiede un orto. Questo non significa dover giocare tutto lo spettacolo sulla contrapposizione tra italiani e resto del mondo, una cosa vista e rivista, il grado zero della comicità. Io stasera l’ho fatto, un po’ perchè mi piace contraddirmi, un po’ perchè essendo la mia prima esibizione all’estero volevo anche tastare il terreno”. 

La questione più spinosa e anche più dibattuta nella stand-up comedy di lingua inglese è quella relativa al politically correct. Fin dove può spingersi la comicità?

“Nell’ultimo spettacolo faccio l’imitazione di un driver di tuk-tuk alla stazione di Roma Termini. Questo credo mi verrà perdonato in quanto italiano che fa la parodia di un indiano. In America non si può più scherzare su nulla, c’è un controllo quasi ossessivo a tutela delle minoranze. Da comico tu potresti scherzare su tutto, puoi parlare anche degli stereotipi associati alle minoranze. Fino a qualche tempo fa, gli stessi americani bollavano la questione con “it’s just a joke”, cosa che dava ai comici una sorta di licenza di uccidere. Oggi non è così semplice. Dave Chapelle – una delle icone della comicità statunitense – è stato fortemente criticato da tutta la comunità LGBT e non solo per aver fatto una “battuta” sulla transizione transgender di Caitlyn Jenner, padre biologico delle sorelle Kardashian oltre che noto personaggio televisivo ed ex campionessa statunitense di atletica leggera. Un comico dovrebbe potersi esprimere liberamente senza essere immediatamente tacciato di razzismo. Se pensiamo alla cultural appropriation – l’adozione o l’utilizzazione di elementi di una cultura da parte dei membri di una cultura “dominante” tale da essere non solo irrispettosa ma una vera e propria una forma di oppressione e di spoliazione – è una schizofrenia tutta americana: se sei bianco non puoi avere i dreadlocks ma non potresti neanche uscire di casa con un kimono giapponese. Al contrario la contaminazione per me significa interessarmi e scoprire nuove culture. Negli States invece ci si trincera nella propria comunità di riferimento ed è tutto un proliferare di serate di stand-up di soli comici neri, solo gay, solo gay latini, solo gay latini che prima erano lesbiche e così via. In Italia, invece, il fenomeno migratorio che è iniziato negli anni novanta con i marocchini ai semafori che il Corriere della Sera chiamava ancora ‘vu cumprà’, è ancora troppo recente per poter sollevare questioni del genere”.

Nello spettacolo di stasera al Comedy Cafè Amsterdam sarà una performance diversa da tutte quelle precedenti, inclusa quella su Netflix: “vuoi per timidezza o perchè ancora alla ricerca di una mia voce comica, da buon osservatore ho sempre coltivato una comicità osservazionale che sta nel parlare degli altri. Il pubblico rideva riconoscendo nei miei monologhi il fratello, il compagno di classe o il collega. Con gli anni ho scoperto invece che mi diverte di più raccontare me stesso, non solo le cose che mi capitano, il mio matrimonio, crescere in una Roma sempre più decadente ma anche riflessioni sul mio lavoro di comico”.

All’aborigeno, tutto sommato, possiamo raccontare anche i fatti nostri e riderà lo stesso.

https://www.youtube.com/watch?v=Sa0SC7gvWso