The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

La città segna una distanza a cui non si può resistere

Intervista a Paolo Cognetti, autore del romanzo Le otto montagne. 



di Giuseppe Menditto

Paolo Cognetti, scrittore “selvatico” vincitore del Premio Strega nel 2017 col romanzo Le otto montagne (Einaudi, 2016), ha trascorso un intero mese in città ospite del Nederlands lettterenfonds dutch foundation for literature di Amsterdam. 

Stilisticamente misurato e preciso, capace di dar corpo alle cose semplici e profondità a quelle ultime, Cognetti è autore di romanzi e racconti; oltre che per le sue doti narrative, è celebre per aver scelto di vivere sei mesi l’anno in una baita valdostana. Dieci anni fa, complice paradossale la letteratura di mare e la visione (e lettura) di Into the Wild, Paolo ha così deciso di trasferirsi per lunghi periodi in montagna, ma ciò non l’ha reso un eccentrico eremita allergico al pubblico e alla vita sociale. Al contrario, la propria decisione è maturata come scelta politica.

In Olanda, come in molti altri paesi europei, ha partecipato a incontri e presentazioni. Durante le frequenti interviste spesso lo si interroga sui temi del suo romanzo più celebrato: l’amicizia, la solitudine, la famiglia, l’amore, il silenzio. Questioni che Paolo non elude ma a cui è difficile aggiungere molto più di quanto abbia già scritto.

In un assolato pomeriggio di fine settembre, lo abbiamo incontrato per conversare sul suo rapporto con lo spazio urbano, il camminare, la politicità delle sue rivendicazioni. Mentre parla seduto sul davanzale della finestra, Paolo osserva la strada sottostante come chi scruta i movimenti di una valle lontana. O come fanno i suoi stessi personaggi quando sognano la montagna e si scoprono prigionieri della periferia milanese. 

La città segna una distanza a cui non si può resistere.

Le otto montagne, vincitore dello Strega nel 2017, è stato tradotto in più di 36 lingue, compreso l’olandese De acht bergen. E’ sempre interessante per uno scrittore osservare come il proprio libro sia accolto in luoghi differenti. In che modo il pubblico olandese, legato all’orizzontalità dei propri spazi, ha vissuto la dimensione verticale del romanzo?

La cosa più evidente e misteriosa è che l’Olanda sia il paese dove il mio libro è andato meglio, Italia compresa. Per me un tale interesse non suona affatto strano. Sulle Alpi incontro moltissimi olandesi e conosco la loro fascinazione per quelle montagne. Forse sarà anche l’anima da esploratori che li attrae verso luoghi abbandonati e selvatici. La traduzione non ho ovviamente potuto controllarla direttamente perché non conosco la lingua. Il problema maggiore, comune anche all’inglese ma non al francese, è che le parole della montagna in olandese non ci sono: lo stesso montanaro, chi è nato e cresciuto in montagna, oppure l’alpeggio sono  termini intraducibili perché l’assenza di quel mondo è anche un’assenza linguistica. Ciò per me è un aspetto critico perché il romanzo è intriso di quel linguaggio della montagna. Io stesso quel lessico l’ho paradossalmente appreso dalla letteratura di mare e dalla precisione delle descrizioni delle parti della nave che magari il lettore non conosce e non capisce ma servono per entrare in quel determinato mondo e i suoi codici. E se quella lingua viene meno, cosa ne rimane di Jack London o Conrad? Certo è che sono stato molto rassicurato dalla mia traduttrice olandese Yond Boeke, con la quale ci siamo scritti parecchio e che non ha mai optato per soluzioni facili.

New York è una finestre senza tende (Laterza, 2010) è una tua personalissima guida alla città che hai composto durante diversi viaggi fatti in cinque anni. Tu stesso descrivi New York come una capitale dell’immaginazione e la definisci una città di ricordi altrui. Amsterdam non ha certo la stessa stratificazione letteraria e cinematografica della Grande Mela ma gioca un ruolo chiave nell’immaginazione popolare di più generazioni. Girando per la città, hai avuto la sensazione di un’europea finestra senza tende?

Conoscendo molto bene New York è stato molto strano arrivare alle fonti di molte cose, ad esempio l’architettura. Penso agli scorci di Brooklyn nei pressi del porto che mi sono molto cari. Poi il rapporto con l’acqua: New York non è più un porto ma lo è stato e in certe parti questo le senti. E ancora il mattone rosso così insolito per noi in Italia, le case e le finestre, la somiglianza tra questo stesso appartamento dove ci troviamo e quello dove abito a Brooklyn. Amsterdam significa riscoprire le origini di qualcosa che io conosco bene senza mai aver capito fino in fondo da dove veniva quell’America per me lontanissima dalla nostra cultura italiana. Amsterdam mi ha aiutato a ricostruire le connessioni tra New York e l’Italia.

Nel tuo romanzo giochi la contrapposizione della dimensione verticale della montagna allo squallore orizzontale della periferia di Milano: il panorama sulla città, la vista dall’alto è così diversa dall’occhio del montanaro, capace di misurare la vetta e osservare per necessità la vita a valle. In un caso è una vista che allontana, nell’altro è un tentativo di avvicinamento che ha a che fare con la bellezza. Che cosa significa per te la città?

Come sai sono un amante della città, forse di New York più che di Milano anche se il mio occhio è qui che si è allenato, la città dove sono cresciuto. Già Gabriele Basilico, un fotografo che amo moltissimo, definiva Milano la sua palestra dello sguardo. Nel mio libro uno dei piccoli segreti che i lettori spesso non notano è il modo in cui descrivo la città, uno spazio presente solo di sfuggita. In analogia con la montagna ho optato per una dimensione verticale anche in città, quella dell’altezza delle strade trafficate viste dall’alto dei palazzi e delle fughe dei viali con le montagne sullo sfondo. Anche la descrizione dei residui di una natura selvatica – un’erbaccia, una crepa nel marciapiede, l’acqua che esonda dal tombino – sono piccole situazioni che ti sorprendono anche in una città così cementificata come Milano. Lo stesso mi succede a New York e i suoi angoli di natura selvaggia: un luogo che nessuno penserebbe ricco di paludi e palafitte, l’oceano che spazza chilometri di sabbia, l’Inwood Park di Harlem fatto di pareti rocciose sull’Hudson. Più che dai centri sono attratto da questi margini in cui la città cede e viene rimangiata dalla natura.

Camminare in montagna e passeggiare in città. Per uno scrittore che pensa camminando – con una battutaccia uno che scrive con i piedi – cosa significa la flânerie, l’andare a zonzo per la città che è un perdersi e un esplorare allo stesso tempo?

Se parliamo di camminata solitaria, il camminare in montagna e in città sono forme di osservazione e di meditazione. Di diverso c’è ovviamente il rapporto con la fatica. In città, per quanto si possa andare in giro per ore, la stanchezza non diviene mai spossatezza. In montagna hai un costante dialogo col il tuo corpo sotto sforzo. E’ un’esercizio di abitudine alla fatica.

In un articolo pubblicato su La Repubblica Milano dello scorso 5 settembre, scrivi: “Il fatto è che non potrò mai guardare quel pezzo di Milano senza pensare a quel che c’era prima e a cosa significava per me, e forse è questa la prova definitiva che una città è la tua. È tua perché a un certo punto l’hai esplorata, hai trovato rifugio in certe sue strade, te ne sei innamorato. È tua perché hai difeso la parte di città che amavi – la sua anima, per come la vedevi allora – hai perso e ti sei sentito derubato di lei. È tua perché quando la guardi i tuoi occhi vedono in quattro dimensioni, e la quarta è il tempo: vedono la città di oggi sopra a quella di ieri, e le mettono in relazione”. Come si intrecciano per te memoria e identità?

Sono cresciuto in una città che ho sempre sentito molto ostile. Da bambino e da ragazzo, come emerge anche dal mio romanzo, non ho mai sentito Milano come uno spazio accogliente: essendo figlio di immigrati non avevo le storie che ti vengono raccontate dai tuoi genitori e che contribuiscono a creare appartenenza. La scoperta di Milano per me è avvenuta verso i vent’anni e ha coinciso con l’esplorazione di una città tutta nuova. A questo si è aggiunta una stratificazione temporale: pian piano la città che imparavo a conoscere è stata seppellita dalle nuove parti di città che vengono costruite. In montagna questo processo è confinato alle poche zone edificate ma basta rivolgersi ad altro, un sentiero che troverai sempre uguale, per potersene dimenticare. La grande consolazione della montagna è il fatto che il tempo ha un corso molto più lento del tuo: per una vita intera puoi ritornare nello stesso punto e ritrovarlo come era quando ci andavi da bambino. La città cambia insieme a noi, forse molto più velocemente: a New York da un anno all’altro potresti non ritrovare più il tuo bar o angolo preferito. Ciò che mi interessa molto è l’idea della città nel tempo, come la città diventi narrazione, una tua memoria personale che pian piano viene cancellata e che può sopravvivere solo nei racconti o nei libri che hai amato.

E come si ricollega questo alla tua idea di scrittura?

Per me la scrittura è una forma di memoria che ha meno a che fare con un lavoro di immaginazione e di fantasia. Una memoria scritta anche se scrivo romanzi e non autobiografie o saggi storici. E la memoria dei luoghi è quella più potente: direi che qui siamo alle radici della mia scrittura.

Che cosa puoi raccontarci sul tuo modo di scrivere: per te è una disciplina faticosa così come il camminare? E i tuoi esordi come scrittore di racconti più che di romanzi cosa ti hanno lasciato?

E’ chiaro che nel racconto l’economia della scrittura è il primo valore: ciò che è superfluo va eliminato. Questo non è però un comandamento della scrittura. Penso a quegli autori sovrabbondanti che fanno della divagazione un’arte. Ci sono libri bellissimi in cui le parti migliori sono proprio quelle in cui lo scrittore si perde. Io vengo invece dalla scuola del togliere e del tacere, l’anima del mio scrivere, ma ciò lo avverto anche come pericolo perché l’economicizzare implica sempre un rischio di eccessiva razionalità. La mia indole mi porterebbe a programmare tutto in dettaglio, dalla sveglia al mattino alle ore dedicate alla scrittura. Per fortuna, un altro lato del mio carattere mi dice che questo non è sufficiente perché ho bisogno di un po’ di follia, ebbrezza e smarrimento.

“Non credo che andare in montagna sia ritirarsi dalla vita pubblica, dall’impegno, dalle cose che cerchi di fare nel mondo. Non è il luogo dell’eremita, ma dove io mi trovo meglio e più adatto a lavorare politicamente”. Tu per sei mesi l’anno vivi sulle montagne in una sorta di rifugio che hai costruito per poter accogliere artisti e viaggiatori più che turisti. Cosa hanno in comune l’andare in montagna con l’andare via, l’emigrare all’estero come scelta individuale e necessità generazionale?

Al di là della montagna io sono innanzitutto immigrato, sono andato in un posto dove non sono nato e dove all’inizio ero straniero in una piccola comunità più restia all’apertura. L’esperienza del migrare mi sembra fondamentale, soprattutto in questo momento molto pericoloso per l’Italia, dove spesso ci si spaventa per i discorsi che vengono fatti e per il timore di essere di fronte ad un nuovo fascismo. Penso che a molti italiani manchi proprio l’esperienza di essere stranieri in un altro paese, quella del sentirsi senza radici e la lingua per potersi esprimere. Questo fa la differenza in una vita: non credo si possa essere radicati nello stesso luogo per un’intera esistenza con la sensazione che tutto quel che ti circonda ti sia dato. Mia madre, che ha recentemente compiuto ottant’anni e che quindi aveva esattamente la mia età – quarant’anni – quanto mi ha partorito, è immigrata dal Veneto: se penso a una donna che viveva in una cascina negli anni cinquanta per venire a stare nella Milano industriale degli anni sessanta e settanta posso solo immaginare il senso di sradicamento che possa aver provato. Una donna molto più che un uomo. La nostra cultura sta diventando sempre più stanziale e sta perdendo quell’elemento avventuroso che ci ha caratterizzato come viaggiatori ed esploratori.

Domanda di rito: a quali progetti ti stai dedicando?

In autunno uscirà in Italia un libricino di viaggio sul Nepal perché la scrittura di realtà cerco sempre di coltivarla, contaminando la narrativa di finzione e recuperando la mia passione per il documentario. Il Nepal è un amore più recente di New York a testimonianza del fatto che la mia bussola si è spostata verso oriente: sono tre anni che ci vado e ho iniziato a scriverne. Il titolo del libro sarà Senza mai arrivare in cima e spero sia tradotto presto anche in olandese. In questo mese di soggiorno ho iniziato a lavorare a una nuova storia, un racconto lungo che sta prendendo forma ma per il momento non posso svelare molto di più.






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