di Massimiliano Sfregola

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Quante volte avete letto “cancel culture”, questa settimana? Da quanti avete sentito ripetere allo sfinimento, nella stessa frase, “cancel culture”, censura, politically correct, etc? Sul Foglio, Antonio Guarrado, in un pezzetto di opinione dal titolo eloquente, marchia a fuoco chi esercita ‘cancel culture’, definendoli analfabeti etici: La tendenza ad un mondo-limite in cui non guardiamo niente, non visitiamo niente, non ascoltiamo niente, non leggiamo niente poiché nulla soddisfa requisiti morali minimi”.

Buttando nello stesso calderone, alla rinfusa, la bufala su Biancaneve e la rivolta del #metoo, l’opinionista del Foglio incarna l’idem sentire degli indignati da scrivania di oggi: quelli terrorizzati dai cambiamenti. Li chiamavano conservatori una volta. Oggi, sempre gli stessi, ce l’hanno con chi rivendica diritti, con chi se la prende con le ingiustizie strutturali e con chi ricorda ad alta voce che la libertà d’espressione “dico quello che mi pare” è un privilegio per pochi (spesso usato contro altri che non lo hanno). Come dice di parlar chiaro chi sostiene di battersi contro la cancel culture, altrettanto dovrebbe essere detto a proposito di questa distorta visione delle dinamiche sociali: la micro libertà sbandierata sul web o in tv, e difesa con le unghie e con i denti da alcuni, è soprattutto un’esibizione di schemi logori, vecchi di secoli, dove si esaltano retaggi classisti, sessisti e razzisti che in una società sana andrebbero gettati nella discarica della storia senza troppi complimenti.

Chi usa la definizione cancel culture, usa con la stessa disinvoltura quella arcinota di politically correct e dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, la natura ultra-conservatrice del concetto. D’altronde non dovremmo ripeterlo: la ricostruzione storica non è immutabile e con l’emergere di nuovi protagonisti sociali, per forza di cose, i punti fermi riconosciuti -ideali o materiali- possono anche andare in frantumi, che siano statue o idee. E a volte è un bene ci vadano.

La retorica della cancel culture viene proposta come la ragione che si oppone alla barbarie di chi vuole lanciare caccia alle streghe e lapidazioni per un’idea diversa; silenziare tutto e limitare la libertà d’espressione. Lo dicono sempre gli oppositori di movimenti quali #BlackLivesMatter e #MeToo ma spesso e volentieri, chi ce l’ha con l'”uprising” degli ultimi tempi delle minoranze globali -consapevolmente o meno- è parte del problema. Oppure appartiene a quella fetta della popolazione che il problema proprio non se lo pone.

E finisce per diventare un promoter involontario di questa pseudo-definizione contro l’obiettivo cardine di chi cancellerebbe:  la richiesta odierna di assunzione di responsabilità pubblica da parte dei singoli o da parte di alcuni settori della popolazione, che troppo a lungo sono stati in una posizione di ingiustificato privilegio. Chi usa cancel culture non vuole responsabilità e si limita ad essere soddisfatto di qualche piccola vittoria sociale cosmetica. Tolleranza ma con limiti; protesta ma a tempo; hanno ragione “ma”. Tutto va bene, basta non alteri i rapporti di forza.

Così la statua e il messaggio che si porta sono immutabili; la storia del colonialismo buono pure, l’idea che le donne si vadano a cercare gli stupri, che i neri siano negri e i giochi di parole da caserma sull’omosessualità sono libertà d’espressione. E guai a chi mette in dubbio

Come dice a The View LeVar Burton, quella che chiamano cancel culture dovrebbe essere definita “consequence culture”: per i personaggi pubblici soprattutto non è più possibile nascondersi dietro la libertà d’espressione, ogni affermazione che non va contribuisce a rendere la società peggiore e ciò che accade è la conseguenza, non una reazione di un fantomatico branco progressista che vuole cancellare i dissidenti.

Negli USA, il fatto che il concetto di cancel culture sia un pensiero della destra da opporre alla richiesta di responsabilità è chiaro a molti. In Italia, purtroppo, non a tutti (anche tra chi non è conservatore. Oppure dice di non esserlo)

Bisogna avere il coraggio di dirlo: per molti aspetti la cancel culture ricorda i roghi dei libri del nazismo

Pubblicato da Enrico Mentana su Venerdì 7 maggio 2021

Se vi ritenete progressisti e un giorno doveste chiederevi: “ma questa cosa del politically correct, non sarà andata troppo oltre?”, allora preoccupatevi.