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Kopjes, il cafè dei gatti ad Amsterdam-West

L’arredo è pensato apposta per loro: ci sono comode poltrone, cuscini, giochi di stoffa e scaffali dove potersi arrampicare



 di Virginia Zoli 

Premetto di non essere una grande fan dei gatti. Le bambine cui badavo a Firenze ne avevano uno, e lo odiavo. Si divertiva moltissimo a farmi agguati malefici, volandomi addosso dalla cima dell’armadio con le sue unghiacce appuntite. Ho sempre avuto cani in casa, e i gatti lo capiscono subito: credo sia questo il motivo della reciproca antipatia. 

Nonostante ciò, a grande richiesta, sono andata a fare le foto al Kopjes, il caffè dei gatti qui ad Amsterdam. Da fuori sembra un bar normale: un bancone abbastanza grande con torte dall’aspetto invitante, succhi di frutta, caffè e cappuccini. La sala principale, con tavoli, divani e sedie, si trova nel retro, insieme ai gatti. Prima di entrare nella casa del nemico, scambio qualche parola con Lenny, la proprietaria, che mi racconta la storia del bar.

“L’ho aperto ad Aprile 2015, dopo aver fatto un viaggio in Asia con il mio ragazzo. Durante il nostro soggiorno a Tokyo abbiamo sentito parlare di un cafè per gatti, e siamo andati a vederlo. L’idea mi è piaciuta talmente tanto che ho deciso di iniziare un’attività simile qui ad Amsterdam, un po’ più cozy. I gatti riuniscono le persone e le fanno stare bene. I clienti vengono qui per rilassarsi, bevono un caffè e passano un po’ di tempo con i mici. 

Mi preparo psicologicamente a varcare la soglia del salone, dove mi aspettano ben sette gatti, tutti provenienti da gattili di Amsterdam. L’arredo è pensato apposta per loro: ci sono comode poltrone, cucce (si chiamano così anche per i gatti?) con cuscini e giochi di stoffa, scaffali dove potersi arrampicare (e attaccare le persone dall’alto). Mentre scatto qualche foto chiedo a Lenny se i clienti possono adottare i gatti.

“All’inizio avevo pensato di farli adottare e prenderne sempre di nuovi dal gattile, ma credo non sia una buona idea. I gatti hanno bisogno di conoscere i loro coinquilini e i cambiamenti non fanno bene”, dice, e mi guarda fisso negli occhi. In quel momento mi rendo conto di essere dentro da venti minuti senza aver sfiorato un gatto neanche per sbaglio. Mi sento un po’ a disagio, avverto il pressing del suo sguardo giudicante (starà pensando che sono una persona orribile). Cedo, e mi avvicino ad un gattino bianco: “Oh come sei carino”. Deve sapere che sto mentendo, perché mi molla un graffio e salta di corsa in cima al tavolo. Mi arrendo, abbozzo un sorriso e me ne torno a casa. Almeno lì c’è Juno, che mi aspetta felicissima, come sempre. 

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