Alla fine di gennaio era diventato famoso grazie ad un video in cui esclamava “Yes!” e poi ringraziava tutti. Da lì la sua vicenda diventò di pubblico dominio grazie anche al documentario di Tim Hofman Terug Naar Je Eige Land.

Nemr è un bambino di 9 anni di origine irachena, nato nei Paesi Bassi, che risiede nel centro per richiedenti asilo di Emmen. Come riporta NOS, il suo caso non rientrerebbe nelle recenti modifiche apportate al kinderpardon, il discusso sistema di tutele per i bambini rifugiati.

Al momento non è chiaro se Nemr possa rimanere o meno nei Paesi Bassi.

Il servizio di immigrazione e naturalizzazione (IND) scrive su Twitter che non è stata ancora presa alcuna decisione ma non è affatto chiaro per quale motivo Nemr e suo fratello non soddisfino le condizioni richieste.

Molteplici potrebbero essere le motivazioni perchè un giovane richiedente asilo non rientri nell’ “indulto”: secondo la riforma, infatti, bambini richiedenti asilo si possono qualificare per il “pardon” solo se i genitori, una volta ricevuto il decreto di espulsioni, hanno collaborato al loro allentamento con il governo. Inoltre, il bambino o un suo familiare non possono essere sospettati di essere criminali di guerra.

Grazie alla copertura mediatica di casi come quelli di Nemr, degli altri quattro bimbi del film di Hofman e dei bambini armeni Lili e Howick, a cui è stato permesso di restare, l’anno scorso il kinderpardon ha ricevuto molta attenzione. Il documentario di Hofman ha messo in imbarazzo il leader del partito VVD Klaas Dijkhoff che ha risposto con “Sì, allora?” quando Nemr gli ha detto che la sua vita in Iraq non sarebbe stata al sicuro. Una petizione di Hofman in seguito al suo film è stata firmata 250.000 volte.

Sebbene esistesse già un accordo per consentire ai bambini “radicati” nel Paese ospitante e alle loro famiglie di rimanere, al momento nessuno richiedente sembrerebbe soddisfarne i requisiti.