The Netherlands, an outsider's view.

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TERRORISM

Josh Walmsley (Università di Leiden): soluzione umana per i figli dei foreign fighters. Sono bambini privati della loro infanzia



di Benedetta Di Matteo

 

Il “Califfato” è caduto e in tanti si interrogano sulle minacce future del jhadismo ma un tema, soprattutto, preoccupa i governi di molti paesi europei: cosa fare con i “foreign fighters”, i cittadini nati e cresciuti in occidente che avevano giurato fedeltà all’ISIS? Tentare un reinserimento oppure privarli della nazionalità e abbandonarli al loro destino? Sul tema non esistono risposte univoche e se il problema è spinoso per gli adulti, lo è di più per i tanti bambini, figli di combattenti francesi, olandesi o britannici, nati nella terra occupata per 4 anni dall’ISIS.

Abbiamo intervistato Josh Walmsley, docente presso l’Instituto di Scienze Politiche all’Università di Leiden. In collaborazione con Francesco Ragazzi, ha scritto un rapporto per il Parlamento Europeo nel maggio 2018 sui combattenti stranieri. Nel 2017, il Parlamento europeo ha istituito il suo Comitato speciale per il terrorismo (TERR), con lo scopo di riesaminare gli sforzi delle agenzie e delle istituzioni dell’UE e il loro sostegno agli Stati membri in materia di sicurezza e antiterrorismo. Il rapporto ha analizzato 6 degli Stati membri più colpiti, fornendo una panoramica delle diverse politiche e strategie che gli stati hanno usato per rispondere a queste problematiche. Tra queste c’è anche quella riguardante le donne e i bambini partiti per la Siria dal 2013 in poi, che ora si stanno sempre più ritrovando a dover affrontare la prospettiva di un ritorno.

 

 

Q: Può farci un breve resoconto sulle diverse tipologie di ritorno?


A: Sono oltre 5000 le persone che hanno lasciato gli stati membri dell’UE per unirsi all’IS in Iraq e in Siria. Al momento gli esperti parlano di diverse ondate di combattenti stranieri. La prima ondata è stata spinta da quelli che si potrebbero definire obiettivi umanitari. Alla base di questi c’era l’idea di combattere per la propria gente, considerata nelle mani dell’ingiustizia nel conflitto in Siria. Dal 2014 però gli esperti hanno notato un cambiamento: da lì in poi sembra che le ragioni di questi spostamenti si siano allineate sempre più agli ideali del califfato e della costruzione di un cosiddetto Stato islamico. Ciò è stato dimostrato dai vari attacchi in tutta Europa tra il 2015 e il 2017, come ad esempio l’attacco al Bataclan a Parigi nel novembre 2015, seguito poi da molti altri altrove. Si può dire quindi che quelli che se ne andarono dopo il 2014 furono in gran parte ritenuti ideologicamente più ferventi e infatti molti di loro minacciarono di tornare più temprati con intenzioni non pacifiche. Detto questo, c’è un ampio dibattito tra gli studiosi su quanto i combattimenti stranieri siano pericolosi. Negli ultimi mesi, con il ritiro delle forze dell’IS in Siria, c’è un numero enorme di donne, uomini e bambini detenuti in questi campi, ognuno lì ad affrontare sfide diverse. Attualmente, gli Stati membri non sono sicuri di come affrontare questo problema e desiderano evitare il ritorno di questi individui in ogni modo possibile. Naturalmente, tale approccio è in forte contrasto con alcune questioni politiche, diplomatiche, di sicurezza ed etiche.

Q: In questa crisi, che ruolo giocano i bambini rimpatriati?

Il modo in cui parliamo di terrorismo, e in particolare il discorso che è emerso intorno ai combattenti stranieri, ha portato gli Stati membri e i funzionari di sicurezza a sviluppare un punto di vista sulla questione del tutto anomalo. Quando si tratta di atti di determinati gruppi di individui o delle idee che li influenzano la comprensione comune in Europa riguardante la violenza politica e le modalità di sfruttamento dei bambini è automaticamente posta al di fuori del quadro. Di conseguenza, quando il terrorismo è il quadro di riferimento che usiamo, spesso dimentichiamo ciò che già sappiamo sullo sfruttamento e il reclutamento di minori in gruppi armati. Ci viene sempre più frequentemente detto che gli adolescenti rappresentano la fascia d’età che comporta il più alto e immediato rischio di terrorismo per i paesi occidentali e in conseguenza di questo, bambini e ragazzini vengono considerati come una minaccia alla nostra sicurezza. Ad esempio, in Belgio, i bambini di 12 anni sono considerati combattenti stranieri, alla stregua degli imputati aventi l’età prevista per la responsabilità penale. Nei Paesi Bassi, i bambini di 9 anni sono formalmente classificati dai servizi di sicurezza “viaggiatori jihadisti”. Tutto questo porta le persone a considerare questi bambini come un pericolo e una minaccia. Così facendo, si finisce per ignorare il fatto che i bambini reclutati in gruppi armati sono sempre, senza eccezioni, vittime e che, in quanto tali, dovrebbero sottostare al diritto internazionale umanitario. Questo, ovviamente, comporta un grave pericolo per i diritti fondamentali di queste persone.

Q: L’ex membro di Al Qaida Aimen Dean ha affermato che i bambini di combattenti stranieri nati nei campi profughi della Siria e dell’Iraq dopo i dodici anni sono “una causa persa”. È d’accordo con quella visione?

A: Il trauma che i bambini affrontano in queste condizioni è innegabile. Tenere questo a mente non significa che le persone non debbano essere ritenute responsabili delle loro azioni. Secondo il diritto internazionale, chiunque di età inferiore ai 18 anni a processo deve essere considerato in primis come vittima. L’abuso e il trauma subiti dall’imputato devono essere presi in considerazione quando si giudicano le azioni commesse, anche se terribili. Quest’idea di una “generazione perduta” è molto pericolosa, soprattutto considerando l’approccio che gli stati membri stanno adottando e la comune retorica attorno a questi giovani. Quando montano le polemiche sul ritorno dei bambini, si corre il rischio di etichettare queste persone come terroristi, appartenenti ad una popolazione pericolosa, a rischio, e impossibile da recuperare. Tutto ciò avrà conseguenze in termini di reinserimento, in particolare per coloro che potrebbero non essere stati direttamente coinvolti in atti di violenza. Per me questo è solo un altro modo in cui i problemi, invece di essere affrontati, vengono procrastinati sempre più.

Q: Nel corso della sua ricerca, si è mai imbattuto in politiche che siano riuscite a trattare bene, simultaneamente le questioni di sicurezza, di re-integrazione e di diritti dei minori?

A: La cosa importante da capire in questo contesto è che spesso vediamo il benessere di questi individui e la questione della sicurezza come due cose distinte. A mio parere, questa è solo una falsa dicotomia. Quando si guarda da una prospettiva sia etica che pragmatica, le due cose vanno mano nella mano. L’intenso trauma psicologico di molte persone che sono tornate e tuttora tornano in Europa viene completamente trascurato, e questo aumenta i rischi di possibili atti di violenza futuri. La tendenza sempre più comune in Europa è quella di rinchiudere i “rimpatriati” in prigioni di massima sicurezza e di privarli di ogni libertà senza nemmeno prendere prima in considerazione il loro trauma e la loro sofferenza. Così facendo si può dire che, da una prospettiva di sicurezza, si stanno cercando solo guai, specialmente quando si tratta di donne e bambini. Conseguentemente, cercare di unire il benessere e la sicurezza è una questione sia di compassione che di pragmatismo. Sebbene non mi sia ancora capitato di vederne, mi auguro che un giorno vengano implementate delle politiche che sappiano tenere un buon equilibrio tra le due cose.

Puo’ farci un resoconto del ruolo che ha l’educazione nello sforzo per l’integrazione?

A: Nell’ultimo decennio, l’educazione è stata considerata come uno strumento per prevenire e fermare i giovani dal rischio radicalizzazione e da quello di cadere nella ‘rete del terrorismo’. In particolare in Inghilterra, questa si è dimostrata una politica particolarmente controversa, vista da alcuni come fondamentale per la protezione della così detta sicurezza nazionale e da altri come un eccessiva intrusione dello stato in una materia come l’istruzione. Sono sempre più gli insegnanti e gli educatori che si impegnano nella prevenzione e nel contenimento della radicalizzazione. In Inghilterra, ad esempio, adesso gli insegnanti hanno l’obbligo di identificare, indagare e segnalare alle autorità segni di radicalizzazione nei loro studenti. Questa però rimane una strategia limitata esclusivamente al momento della prevenzione. Dopo che Shamima Begun e due suoi amici lasciarono la scuola nel 2015 per andare a combattere in Siria, la strategia inglese di usare l’educazione come strumento di prevenzione venne ampiamente incrementata. Al momento non è chiaro come le scuole e i servizi pubblici abbiano intenzione di ricevere i ragazzi che torneranno in Europa. Questo è un tema molto delicato. Una risposta davvero educativa a questo problema sarebbe creare una politica scolastica che metta gli interessi dei ragazzi al centro, e ci sono diverse prove che mostrano come imporre politiche di sicurezza all’interno delle classi impedisca questo sviluppo.

Q: In Europa la tendenza  crescente è quella di “punire” i ragazzi per il fatto che i loro genitori siano stati coinvolti in azioni jihadiste. Per esempio, il ministro dell’immigrazione danese ha recentemente dichiarato che i bambini nati da famiglie danesi jihadiste non riceveranno la cittadinanza. Come pensa che il governo dovrebbe intervenire?

A: Questa domanda è estremamente complessa e richiede la valutazione di diversi aspetti; nei campi in Siria ci sono diversi bambini orfani che si sospetta siano di discendenza europea ma di cui nessuno sa dove i genitori siano. Anche quando accompagnati dai genitori, questi bambini sono spesso privi di documenti di identificazione o vivono sotto falsi nomi. In Belgio, ad esempio, si è parlato di usare soluzioni quali il test del DNA per stabilire la loro origine. Tuttavia, a causa dei tempi e dei costi che richiede, è davvero improbabile che questa strategia di riconoscimento venga davvero attuata in Europa. Da un punto di vista sia etico che pratico, una volta accertata, è davvero importante che i ragazzi in questione vengano riportati nel loro paese di origine. Nel caso non possa essere stabilito in alcun modo, gli Stati membri devono collaborare in modo da formulare una soluzione che sia sia compassionevole che pragmatica, in modo da re-integrare in Europa questi ragazzi così giovani e vulnerabili. Recentemente, il governo dell’Iraq ha ricevuto dall’Europa la proposta di un piano multimilionario di incentivi, a patto che quest’ultima trattenga un ampio numero di donne e uomini “foreign fighters” nel suo territorio. Questo accordo potrebbe avere conseguenze davvero serie per questi ragazzi. Nuovamente, punire dei bambini per l’azione dei genitori è profondamente in contrasto con le norme  sul trattamento dei minori reclutati da organizzazioni armate e non può che dimostrarsi  controproduttivo.

 

 



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