Hans van Dijk / Anefo, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

di Antonia Ferri

Janwillem van de Wetering ha saputo vivere un’esistenza rocambolesca attraverso cinque continenti. Si è saputo scindere, trasformandosi da filosofo e uomo spirituale a moderno scrittore di polizieschi. Un lato per il pubblico pagante e uno per il suo animo tormentato. Van de Wetering è nato a Rotterdam il 12 febbraio 1931 per poi, però, abbandonarla presto. Nel corso della sua infanzia, l’autore è stato duramente colpito dalle atrocità naziste e dalla triste perdita dei suoi amici ebrei. Un ricordo che negli anni avrebbe continuato a portare con sé, trattenendolo nella continua ricerca di risposte. Soprattutto tramite la filosofia. Janwillem, accanito lettore di saggi e poesie, coltivò dal principio la passione per la scrittura come espressione dell’animo. La realizzazione arrivò comunque abbastanza tardi.

Ha iniziato a scrivere la sua serie di thriller eccentrici e di successo internazionale a 40 anni. Proprio come il suo fulgido esempio Robert van Gulik, Van de Wetering era solito scrivere ogni libro due volte – in inglese e in olandese – adattando il testo per il proprio pubblico. I suoi libri sono stati tradotti in una ventina di altre lingue. Ogni libro e saggio pubblicato in olandese e inglese è stato tradotto poi tedesco, così come, per esempio, un libro per bambini che non è stato pubblicato in nessuna delle lingue originali.

Indagini ad Amsterdam

Tra le sue opere più famose spiccano i suoi romanzi polizieschi. Protagonisti sono una coppia di poliziotti di Amsterdam; Grijpstra e de Gier, sono i due che danno vita a intense indagini dai risvolti molto classici. A dare inizio alla serie è stato Outsider in Amsterdam del 1975. In questo primo libro le caratteristiche dei due agenti sono già particolarmente definite. Il primo è de Gier, sergente disinvolto, scapestrato e amante dei gatti. Il secondo è invece il corpulento Grijpstra di 10 anni più grande che vive un matrimonio allo sfascio. È stato il periodo dal 1966 al ’75 in cui van de Wetering è entrato nella polizia municipale volontaria a dargli ispirazione.

Janwillem però è stato molto altro. Sempre ai margini del mondo, dopo l’inizio degli studi a Delft, presto abbandonati, si recò a lavorare come bracciante agricolo nell’Olanda del Nord. Da lì, nel 1952 si trasferì in Sudafrica a Cape Town per lavorare in un’azienda che operava in loco. Nel 1957, però, nonostante l’esperienza d’impatto e il matrimonio con Bonnie Stewart Wynne, andò a Londra. Nella capitale inglese studiò giornalismo e frequentò corsi di filosofia avvicinandosi alla corrente esistenzialista. È con la scoperta dell’esistenzialismo e successivamente del buddismo che lo scrittore poté comprendere il suo desiderio spirituale.

L’intimità spirituale di Van de Wetering

È il buddismo zen giapponese il suo lato più intimo. Nel 1958 si recò in un viaggio di cinque settimane in un monastero zen a Kyoto e lì approfondì le sue conoscenze di filosofico-religiose. Ciò che apprese lo riversò nel libro The empty mirror del 1971, tradotto in Italia con il titolo Lo specchio vuoto (Neri Pozza, 2002). L’attaccamento al Giappone e all’esperienza monastica si suggellarono con l’approdo nel Maine, in una comunità zen.

Come si diceva, però, Van de Wetering ebbe una vita complessa e dopo quattro anni in Maine dichiarò la sua lontananza da “ogni forma di religione organizzata”. Un abbandono che si aggiunge ad altre questioni dolorose dell’autore. A cominciare da quella banale del primo rifiuto letterario del mai pubblicato romanzo su “un giovane che persegue la felicità in Africa”. Per proseguire con l’abuso di alcol e droghe e con la presunta depressione. I dettagli dello scrittore conducono in storie sempre diverse. Risulta praticamente impossibile catalogarne ognuna. È, però, certo che ogni particolare della vita di Janwillem è un piccolo mistero degno di uno dei suoi, forse comuni, ma avvincenti racconti polizieschi.