di Chiara Canale

pic author: RomyClick

 

Un uomo urla a una donna con il velo e le lancia addosso una lattina di birra: “Dovremmo farti saltare in aria con una bomba, brutta terrorista schifosa”. Amsterdam, Stazione Centrale, è il 9 gennaio 2015, due giorni dopo l’attentato a Parigi.

All’attacco a Charlie Hebdo è seguito un aumento esponenziale delle aggressioni verso persone di religione islamica, dice a 31mag Rahma Esther Bavelaar (41). Un insulto per strada, un autobus che ti lascia a piedi, un lavoro negato. 400 episodi di violenza registrati in cinque anni sul sito di Meld Islamofobie, organizzazione che raccoglie le segnalazioni delle vittime di islamofobia in Olanda.

L’ha fondata Bavelaar, olandese convertita all’Islam, con Samira Boubkari and Ibtissam Abaaziz. “Non è nata intenzionalmente come associazione di donne, è capitato così e basta”, dice. In Olanda fino a quel momento non c’erano mai state organizzazioni indipendenti gestite da musulman* che documentassero gli episodi di islamofobia su larga scala.

L’iniziativa è partita nel 2015 con una pagina Facebook, “uno spazio dove le persone potessero esprimersi pubblicamente con le loro voci”, per poi raccogliere le segnalazioni in anonimato sul sito. Meld Islamofobie fornisce materiale informativo, produce rapporti sugli episodi di violenza e mette in contatto le vittime con un gruppo di avvocat* che si occupano di diritti umani.

L’islamofobia ha molte facce. “Notiamo che colpisce la gente in modi diversi in base al genere, alla classe, alla razza”. Le donne subiscono spesso attacchi in strada perché il loro genere è percepito come un bersaglio facile e il velo è associato a stereotipi negativi. La profilazione etnica de* musulman* è presente soprattutto nei quartieri popolari: spesso, inoltre, va a braccetto con l’odio per le persone immigrate. In Olanda, nel 2016 sono state esposte alcune teste di maiale di fronte a un futuro centro per richiedenti asilo, e nel 2017 l’organizzazione Pegida ha cosparso di sangue di maiale i muri di una moschea in costruzione; episodi dimostrativi, legati soprattutto ad ambienti dell’estrema destra olandese, ma tutt’altro che marginali.

Secondo Bavelaar è la costruzione sociale il problema: le persone olandesi e – in generale – bianche sono viste come progressiste, liberali e tolleranti, mentre quelle musulmane sarebbero violente, conservative, arretrate. Questo, a livello accademico è stato descritto come razzializzazione de* musulman*, spiega.

Meld Islamofobie, tra le altre cose, ha un approccio femminista intersezionale. Riporta gli episodi di violenza sul suo sito, li ordina in una mappa e li analizza. Collabora con ambienti molto diversi tra loro, ma che lottano tutti per i diritti umani. “A livello internazionale lavoriamo con gruppi socialisti che hanno una prospettiva intersezionale, con i movimenti LGBTQI, con gruppi anti razzisti come quelli anti-Zwarte Piet”.

Tuttavia, la questione dell’islam è molto più delicata della contrapposizione destra-sinistra/progressisti-conservatori: non tutti gli ambienti progressisti olandesi, infatti, sostengono le iniziative contro l’islamofobia. Nel femminismo stesso a volte si parla delle donne musulmane come oppresse e incapaci di agire dall’interno dell’islam. Indossare il velo, ad esempio, può essere visto come un retaggio patriarcale e una sottomissione. Ma Meld Islamofobie non è un’organizzazione religiosa, è un’organizzazione per i diritti umani e promuove la libertà religiosa: non difende il burqa, ma il diritto delle donne a portarlo, dice la cofondatrice. “Lo Stato non dovrebbe imporre a una donna cosa indossare, e questo le femministe non musulmane dovrebbero saperlo”.

L’islamofobia non è solo violenza verbale o fisica, dice Bavelaar, ma è anche discriminazione strutturale, portata avanti attraverso la politica e la legge. Questo significa ‘normalizzazione e accettazione dell’islamofobia da parte del governo e dei cittadini’, come si legge sul sito dell’associazione.

Un esempio è rappresentato dalla legge conosciuta come boerkaverbod, che vieta ogni indumento che copra il volto: in vigore nei Paesi Bassi dal 2019,  fu proposta nel 2005 da Geert Wilders, politico di estrema destra e leader del Partito della Libertà, e votata quasi all’unanimità dal Parlamento, anche da gruppi dell’opposizione.

Lo scopo della legge è facilitare la comunicazione e proteggere la pubblica sicurezza, dicono. Ma secondo Meld Islamofobie, l’obiettivo non è stato raggiunto: in Olanda ci sono meno di 400 donne che portano il velo sul viso. “Queste donne”, dice Bavelaar, “non hanno mai causato nessun problema in termini di pubblica sicurezza”. Inoltre, i luoghi in cui vige il divieto – trasporti, scuole, ospedali, edifici di istituzioni – avevano già le loro regole interne. È una legge simbolica che strizza l’occhiolino al razzismo di una fetta di elettorato per acchiappare voti, spiega Bavelaar.

Le conseguenze della legge sulla comunità islamica sono state pesanti. Dopo il divieto, c’è stato un aumento di casi di discriminazione di donne musulmane, anche quelle che portano solo il velo sul capo, dice Bavelaar. A Nijmegen (Gelderland) l’anno scorso gli addetti del Comune hanno vietato l’accesso a una donna che portava il niqab a un parco per bambini, nonostante nei parchi non viga il divieto. Le forze dell’ordine hanno poi chiarito che la donna non aveva infranto nessuna regola e il Comune si è scusato.

La misura ha creato molta confusione sin dall’inizio, sia su dove si applichi sia su chi debba farla rispettare. “Quando si tratta di discriminazione legale, cerchiamo un dialogo con la politica”, spiega Bavelaar. L’associazione ha pubblicato nel  settembre scorso un rapporto sulle conseguenze della legge e lanciato una petizione abolirla.