di Agnese Soverini

 

Le politiche inglesi in tema di Corona virus sono state tra le più dibattute. L’approcio iniziale del governo britannico puntava ad ottenere l’immunità di gregge attraverso un contagio massiccio e diffuso nella popolazione.

Il Prime Minister Boris Johnson a metà marzo sconvolgeva il popolo britannico pronunciando le famose parole “preparatevi a perdere i vostri cari”. Poco dopo, veniva pubblicato uno studio dell’Imperial College di Londra a firma dell’epidemiologo Neil Ferguson che che dimostrava come l’approccio ‘immunità di gregge’ avrebbe in realtà comportato un sacrificio in termini di vite umane altissimo.

All’indomani della pubblicazione dell’articolo, Boris Johnson cambiava approccio, disponendo misure di confinamento volte a limitare i contatti sociali. L’obiettivo è quello di spalmare il numero di contagi in un asse temporale  più lungo, in modo da permettere ai sistemi sanitari di non collassare e di garantire cure a tutta la popolazione.

Cosa sta accadendo in Inghilterra oggi?

Oggi, in Inghilterra sono chiuse le scuole, i locali pubblici, i cinema, i teatri ed è attivo il lavoro da casa. Londra è una delle capitali più colpite. Non solo, venerdì 27 marzo, a meno di due settimane di distanze dal discorso del PM inglese che ha fatto tanto discutere, proprio lo stesso Boris Johnson risultava positivo al test del Corona virus.

Per capire come sta reagendo la popolazione e la risposta del sistema sanitario, abbiamo contatto un medico italiano che lavora nel Regno Unito.

Il Dott. Davide Chiarelli ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia in Italia e ha studiato alla Leiden Univeristy nei Paesi Bassi e da anni esercita la professione di Medico di medicina generale oltremanica.

Qual è il ruolo dei medici di base in questa emergenza?

Chiarelli ci spiega che il ruolo dei General Pratictioner (GP) inglesi ricorda quello degli huishart nei Paesi Bassi. Si tratta di grandi studi dove lavorano diversi medici di famiglia, segretarie, personale medico come infermieri e fisioterapisti e dove di solito vi è anche una farmacia integrata. “Questo significa che nelle nostre cliniche circolano sempre molte persone, facciamo anche operazioni di piccola chirurgia”, ci dice il medico di famiglia. “Da un paio di settimane il lavoro è cambiato: cerchiamo di visitare via webcam e per fortuna nella nostra struttura abbiamo un ambulatorio con l’ingresso autonomo. In questo modo riusciamo a canalizzare i potenziali pazienti COVID in un’area ad hoc dello stabile”. Ma non sempre è possible. Sebbene gli studi medici siano ben attrazzati, non nascono con le stesse caratteristiche architettoniche degli ospedali, con ingressi ad hoc per le diverse esigenze.

Come abbiamo visto per l’Olanda e per il Belgio, anche in Inghilterra i sistemi di protezione scarseggiano. Non solo, nel caso dei GP è anche molto difficile utilizzarli propriamente. “Una visita dura in media 10 minuti”, ci spiega il Dott. Chiarelli, “se pensiamo che in quel lasso di tempo sarebbe buona prassi lavarsi le mani in entrata, dare la mascherina al paziente e poi disinfettarsi di nuovo in uscita è pressochè impossibile”. “È poi bene precisare”, continua il medico, “che le semplici mascherine chirurgiche non proteggono. Bisognerebbe usare le mascherine FPP3 in dotazione solo agli ospedali, che hanno un filtro protettivo solo per qualche ora, non per tutta la giornata lavorativa. Inoltre, sappiamo che il virus rimane attivo sulle superfici per ore. Quindi idealmente si dovrebbe disinfettare la stanza dopo ogni paziente, usare un camice lungo e una protezione per gli occhi. Considerando il tipo di lavoro del medico di base, questo è praticamente impossibile”.

Immunità di gregge si, immunità di gregge no?

Come in tutti i Paesi, anche in Inghilterra i dati sono in continua evoluzione. Il contagio è indicativamente un paio di settimane indietro rispetto all’Italia. I numeri che sta registrando l’Inghilterra a volte sono proprio gli stessi di quelli italiani a distanza di due settimane. Anche il numero della popolazione è assimilabile, così come il livello di industrializzazione e di differenza tra nord e sud del Paese. Ciò che si differenzia però è l’approccio ai test. Inizialmente nel Nord-Italia si sono testati tutti, anche i casi post-mortem o asintomatici. In UK questo invece non è stato fatto e oggi – data la crescente emergenza – non è più possibile farlo.

Un altro elemento che accomuna UK e Europa sono le misure di confinamento messe in atto. Il Governo ha cambiato approccio, abbondonando l’idea dell’immunità di gregge per uno ‘stay at home’ generale. Da un lato si tenta di mantenere la curva dei contagi il più bassa possibile, dall’altro però è difficile imporre misure così draconiane quando i contagi sono ancora bassi ma il rischio per l’economia è già evidente. Il General Pratictioner ci spiega che il “nuovo” approccio mira di fatto a prendere tempo. “Stare a casa significa limitare i contagi, non oberare gli ospedali, concedere tempo a ricercatori e scienziati per trovare un vaccino o una cura al virus e contemporaneamente dare tempo alle fabbriche per produrre nuove mascherine e ventilatori”.

“Personalmente”, continua il Dott. Chiarelli, “trovo che l’approccio più vincente sia quello Sud-Coreano: i dati lo dimostrano. Effettuare una mappattura a tappeto e tracciare gli spostamenti sono il modo migliore per fronteggiare questo virus. Anche se onestamente non penso che questo modello sia applicabile anche qui ed oggi. La Corea, oltre ad essere un Paese molto diverso da Inghilterra, Olanda e Italia, è arrivata anche più preparata a fronteggiare il problema. Nel 2003 hanno avuto la SARS, nel 2015 la Mers e l’anno successivo la ZIka”.

In Inghilterra, si era previsto di fare tamponi a tutti, ma il crescente contagio non lo ha consentito. Anche l’Organizzzione Mondiale della Sanità ha dato disposizione di testare il più possibile, per avere contezza del sommerso e per disporre una quarantena effettiva per tutti gli ammalati. “Adesso testiamo solo i pazienti più gravi”, afferma Chiarelli, “quelli che richiedono un ricovero in ospedale. Noi medici di base ad esempio non abbiamo mai avuto accesso ai test”.

Il sistema sanitario inglese è pronto?

Un altro dato è quello sociale, ovvero come il problema viene sentito dalla popolazione e trattato dai mezzi di informazione. Davide Chiarelli, da medico italiano, ci dice che “fino a qualche settimana fa il problema non era percepito come reale. Poi progressivamente sono iniziati i contagi e con essi è arrivata prima la paura per gli anziani e poi la consapevolezza da parte di tutti. Oggi le persone rimangono a casa, per strada c’è sempre meno gente. L’impressione che ho avuto  è che la pandemia non fosse percepita come tale finchè era una semplice notizia trasmessa ai telegiornali. Poi il virus si è diffuso anche in UK e tutti hanno compreso l’entità del problema”.

Oggi è attivo il ‘work from home’, sono chiusi pub, ristoranti e scuole, ma con tantissime eccezioni. I figli di ‘key worker’ come chi lavora nella sanità o nella filiera alimentare, vanno ancora a scuola con un massimo di cinque studenti per classe. “Basta che uno dei due genitori svolga un ruolo chiave, che automaticamente i figli possono andare a scuola. Inoltre, la lista dei ‘key worker’ è lunghissima”, ci dice Chiarelli. “È molto probabile che nelle prossime settimane, con l’aumentare dei contagi, i provvedimenti diventino più restrittivi. Il problema però rimane, perché se i provvedimenti vengono presi quando i numeri sono alti, significa che è già troppo tardi”.

Per quanto riguarda la classe politica e il personale sanitario, a fronte di un’iniziale atteggiamento di sottovalutazione del problema, oggi c’è più consapevolezza e preoccupazione. Gli ospedali stanno facendo il possibile, ma il rischio di collasso del sistema sanitario è presente. “Il National Health System (NHS) è ottimo” ci spega il Dott. Chiarelli “ma gli ospedali erano già prossimi al collasso ancora prima del Corona virus. È da 10 anni che si fanno costanti tagli alla sanità, al personale sanitario e al social care”.

Qual è la reazione della popolazione?

Anche gli inglesi sono consapevoli e preoccupati. “A volte mi chiedo se tutti i pazienti rispettino davvero la quarantena, soprattutto chi è a casa con sintomi sospetti”, ci confida il Dott. Chiarelli. “Ma in generale c’è grande consapevolezza e si sta abbandonando l’idea che il problema riguardi solo gli anziani. Poi certo, le differenze tra il popolo inglese e quello italiano rimangono. Qui, come del resto anche in Olanda, c’è più attenzione all’economia. Mentre in Italia ci si preoccupa principalmente dell’economia familiare, inglesi e olandesi guardano molto al bilancio del paese”.

Anche in Inghilterra si sta attuando una riconversione industriale, le aziende mettono a disposizione i propri brevetti per consentire ad altre imprese di produrre ventilatori e macchinari sanitari. Nei supermercati ci sono interi scaffali vuoti e probabilmente anche gli accordi commerciali per concordare l’uscita dall’Europa subiranno un rallentamento. “Ma alcune cose non cambiano”, ci dice Chiarelli, “lo ‘humor to deflect’ – ad esempio – il modo tutto inglese per manifestare un sentimento di disagio, è sicuramente presente anche ai tempi del Corona virus”.