di Agnese Soverini

 

Non è un momento difficile solo in Italia: l’emergenza coronavirus sta facendo vacillare certezze anche in paesi laddove la cittadinanza ha, di solito, fiducia nelle istituzioni. Il Belgio è da quasi 48h in lock-down, con misure draconiane viste neanche ai tempi degli attentati; i Paesi Bassi tentennano ma la pressione sul governo, affinchè applichi provvedimenti più drastici, si fa ogni giorno più stringente. Il timore, ovunque, è che il sistema sanitario non regga all’impatto di una pandemia nazionale, ipotesi quest’ulima, che l’impennata di contagi degli ultimi giorni tanto in Belgio quanto in Olanda, rende sempre meno un’ipotesi di scuola.

 

A cavallo tra Belgio e Olanda

Tatiana Poni, italiana, è una medica di famiglia che vive in Olanda e lavora in Belgio. “Ad oggi, gli ospedali di Belgio e Paesi Bassi non sono ancora oberati come quelli italiani. Il contagio è indicativamente un paio di settimane indietro rispetto alla situazione in cui versa attualmente l’Italia”, dice a 31mag. “Entrambi i sistemi sanitari, sono preparati al pari di quello italiano anche se una  comparazione tra Italia, Belgio e Olanda non è semplice; in questi ultimi paesi, infatti, la sanità è parzialmente o totalmente privata. Eppure, qualora si dovesse arrivare allo stesso numero di contagi e di ospedalizzazione presenti in Italia, entrambi rischierebbero il collasso.”

Belgio e Olanda, rispetto all’Italia -dicono in molti- hanno dalla loro più tempo a disposizione per prepararsi all’emergenza. Secondo Tatiana  l’approccio epidemiologico e la gestione clinica del paziente, in entrambi i paesi del Benelux, sono simili. Putroppo, anche qui si sconta la carenza di attrezzature idonee; non ci sarebbe un numero sufficiente di tamponi per poter fare test a tappeto, dice Tatiana. “Mentre nei primi comuni contagiati nel nord Italia sono stati testati anche gli asintomatici per arrivare a una mappatura completa del contagio, qui non è possibile. In Belgio inizialmente si era data disposizione di farlo, ma poi è stata fatta marcia indietro per mancanza di tamponi e di dispositivi sanitari di protezione”.

Oggi, il problema è così diffuso che da un punto di vista costi-benefici non è più sostenibile fare test a tappeto. Tatiana ci spiega che nel momento in cui si decide il ricovero di un paziente, è necessario sapere con certezza se si andrà a curare una polmonite da COVID 19 oppure altra patologia; al contrario, se il paziente rimane a casa perché la sintomatologia non è grave, allora non fa differenza per le cure sapere se la persona è affetta da Coronavirus o da semplice influenza. Per questo oggi si testa solo chi presenta una sintomatologia grave.

 

Triage in Belgio

Le parole di Rutte si possono collocare in questo contesto. “Sappiamo di non riuscire a contenerlo” significa che non è realistico sperare che altre persone non contraggano il virus. Quello che si deve fare è riuscire a garantire assistenza ai malati più gravi. È per questo che diventa tanto più importante rimanere a casa e limitare i contatti.”

La situazione è in divenire. In questi giorni, ad esempio, alcune aree del Belgio hanno adottato un sistema di triage ad opera dei medici di base. Le persone con sintomi sospetti si rivolgono al medico di famiglia che valuta se mandare il paziente in una struttura ad hoc gestita esclusivamente da altri medici di base che eseguono le operazioni di triage. In questo modo si solleva l’ospedale di questo onere e si tutelano i singoli medici di base.

Perché come ci dice Tatiana, anche in Belgio i medici di famiglia sono sforniti di mascherine e altre protezioni, ”io ad esempio le ho comprate su Bol.com” ci confida lei. Nel frattempo, anche in Belgio i malati da COVID 19 non vengono più centralizzati solo nelle strutture ospedaliere universitarie, come quelle di Anversa e Bruxelles; ma vengono ricoverati anche in quelle periferiche di provincia, come gli ospedali di terzo livello.

Ma il problema, prima ancora che sanitario è politico: un elemento in comune all’Italia è invece la gestione della comunicazione; come avvenuto per i primi contagi nel nostro Paese, anche nei due Paesi del Benelux è mancato un messaggio chiaro e univoco alla popolazione: “da un lato si chiudono le scuole, dall’altro si lasciano aperti gli asili. Sia in Belgio che in Olanda vi è una tendenza a sottovalutare il problema. Non vi è una corretta informazione a livello ufficiale e questo non aiuta la gestione dell’emergenza. In Olanda per esempio si sono mosse prima le aziende private – che hanno deciso in autonomia di lavorare da casa – poi è arrivata la comunicazione ufficiale da parte del Governo”, dice ancora Tatiana.

Attenzione alla salute, Belgio e Olanda due pianeti distanti

In Belgio e Olanda, la popolazione reagisce diversamente: nei Paesi Bassi vi è un approccio diverso alla sanità e soprattutto una conoscenza diversa della malattia. “A volte i pazienti olandesi mi dicono che hanno male allo stomaco, o alla parta bassa del ventre”, senza però fare una reale distinzione, dice la medica italiana mentre i belgi hanno un approccio più simile a quello “italiano”, di attenzione e conoscenza della salute. Sia in Olanda che in Belgio, le persone stanno reagendo al problema secondo la propria sensibilità, c’è chi organizza feste e chi invece fa scorta di viveri.