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The Netherlands, an outsider's view.

Inventory of powerlessness, i senza scelta di Edit Kaldor all’Ostade A’dam

Non-spettacolo nato ad Amsterdam in cui si ascoltano storie di vulnerabilità

di Jacopo Fiorancio

Sul palco del teatro Ostade una signora anziana legge la propria storia su un quadernino. Dice che ha scoperto di essere visibile, di avere un corpo che gli altri possono vedere, solo due anni fa, quando lei di anni ne aveva 78. A casa sue le donne prima ancora che con le regole erano bloccate da un generale sentimento di inferiorità, a cui lei aveva risposto rendendosi invisibile e muta.

Dopo di lei prende la parola un’assistente sociale.  Spiega un’emergenza abitativa fatta di affitti che continuano a crescere e alloggi sociali che non bastano. Parla di famiglie senza altre possibilità, ma che l’alloggio non lo riceveranno ugualmente, e di cosa si provi a essere la persona che deve dirglielo.

Il microfono passa a un ragazzo che vive in Olanda come rifugiato. Racconta delle visite della polizia al centro dove alloggia. È incazzato, forse l’unico tra quelli che prenderanno la parola nel corso della serata. “Non possono espellerci”, dice, “e così cercano di convincerci ad adarcene volontariamente. Ogni mattina ci svegliamo tutti alle sei, perché non si sa mai a che ora vengono.”

Inventory of powerlessness non è uno spettacolo, ma un incontro in cui si ascoltano storie di vulnerabilità. È un progetto iniziato qui, ad Amsterdam, che ha fatto puntate a Berlino, in Polonia e Repubblica Ceca prima di ritornare nella capitale olandese. Ogni volta la rete di storie proiettata sullo schermo si allarga e l’archivio si espande. Si vedono la quotidiana frustrazione di chi a cinquant’anni riceve solo scrollate di spalle al centro di collocamento; è rappresentato il peso dei debiti e quello delle infinite, silenziose, discriminazioni. E anche tanta violenza.

Viene quasi da chiedersi se ci sia bisogno di andare a teatro per sentire di questi problemi. In effetti a Inventory of powerlessness le storie sono comuni e non arriva mai il momento in cui si abbassano le luci per permettere al pubblico di godersi la messa in scena di una trama rifinita. Ma la sedia scomoda avvisa che qualcosa sta succedendo: è forse empatia, o la sensazione che ascoltare sia meno semplice di quanto crediamo.