di Alessandro Pirovano

 

A Etty Hillesum e alla sua vicenda umana è dedicato anche il nuovo libro “Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore. Vita di Etty Hillesum” della scrittrice italiana Edgarda Ferri, uscito nel giugno dell’anno passato per “La nave di Teseo Editore”.

L’abbiamo intervistata per farci raccontare la genesi del libro e il suo legame con i Paesi Bassi.

Come ha scoperto la storia di Etty Hillesum?

Dopo aver letto i suoi diari pubblicati negli anni anni ’80, ne ero rimasta molto affascinata. Tre anni fa ho sentito il bisogno di conoscere il personaggio più da vicino; lei e il suo pensiero su temi di grande attualità e universali: la pace, la tolleranza, la condivisione del dolore. Ho quindi ricostruito meglio la sua biografia su cui sono poche le informazioni disponibili.

Cosa l’ha affascinata di più?
Il mio libro si ferma con la partenza di Etty Hillesum per Auschwitz dove morì tre mesi dopo. Lei avrebbe potuto salvarsi, ma ha accettato di morire, dicendo di voler condividere “il destino del mio popolo”. Ho voluto mettere sulla pagina i pensieri e le idee che l’hanno portata a prendere quella decisione.

La sua idea di “popolo” abbracciava una dimensione più ampia dei soli ebrei?
Sì, questa è la mia idea, prendendo spunto proprio dalla sua biografia ufficiale. “Io voglio condividere il destino con il mio popolo” aveva detto e per lei che aveva sempre vissuto in contatto con persone di tutte le nazionalità, il dolore non poteva che essere universale.

Etty Hillesum era un’ebrea olandese. Come è stata vissuta l’esperienza della deportazione nei Paesi Bassi?

“Quando sarà finito, dovremo guardarci dentro” è una delle frasi che ho trovato negli scritti di Etty Hillesum. Era rimasta molto colpita infatti, dall’indifferenza con cui gli olandesi accettarono di veder sparire i propri vicini da un giorno all’altro.

Come si è spiegata questo atteggiamento?
Dopo la rapida capitolazione del paese, il collaborazionismo fu un fenomeno diffuso nella popolazione olandese. L’idea che mi sono fatta è che una buona parte degli olandesi fossero filotedeschi non solo per i legami molto intensi tra i due paesi ma anche perché erano molto più preoccupati del pericolo comunista che non dei nazisti, soprattutto dopo lo sciopero contro le deportazioni del febbraio 1941. Etty Hillesum se ne rese conto e scrisse dell’urgenza di fare i conti con questa esperienza, una volta finita la guerra.