In occasione dell’International Justice Day, Human Rights Watch ha ricordato come l’anno passato sia stato caratterizzato da importanti progressi nell’ambito dei diritti umani. Sasha Rayzl Lansky, avvocato, ha ricordato l’arresto di Bosco Ntaganda, leader dei ribelli nella guerra civile congolense, sfuggito per ben 7 anni alla cattura dell’ICC dell’Aja e la sentenza per il caso Bemba, la prima dove gli stupri compiuti durante la guerra civile in Congo sono stati al centro del procedimento come crimini di guerra.

C’è stata poi la sentenza Karadzic, e si attende entro l’anno quella contro Mladic.

In generale, certamente, i colpi alla credibilità dell’ICC sono stati molti e particolarmente duri: dall’archiviazione del caso Kenyatta, per le violenze post-elettorali in Kenya nel biennio 2007-08, che lascerà migliaia di vittime senza giustizia alla dura presa di posizione dell’Unione Africana che minaccia di uscire in blocco dall’ICC, ritenuta una corte “coloniale”, il lavoro del tribunale non è mai stato tanto difficile. Eppure il processo contro l’ex capo di stato ivoriano Laurent Gbagbo, il primo capo di stato messo agli arresti dai giudici dell’Aja nel 2011, e il procedimento a carico di Dominic Ongwen, leader della Lord Resistance Army ugandese, sono segnali che la giustizia penale internazionale ha fatto comunque dei progressi.

Il 22 agosto, inoltre, si terrà un’altra prima assoluta all’Aja: il processo agli islamisti responsabili della distruzione dei 10 siti storici, protetti dall’UNESCO, distrutti in Mali. Fino ad oggi, i giudici di Den Haag non si erano ancora mai confrontati con crimini contro il patrimonio storico e culturale.

Infine, il caso della Georgia-Sud Ossetia è la prima, e più avanzata, indagine su crimini compiuti in territori non africani. Lo scenario è la guerra russo-georgiana del 2008 e gli abusi perpetrati nella regione dell’Ossetia, formalmente rivendicata dalla Georgia ma amministrata da un governo filo-russo.