The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

Innovazione e finanziamenti: cosa ne sarà della cultura in Olanda fra 4 anni?

“Nulla tornerà come prima, perché il prima era il problema”. Lo slogan condiviso durante la pandemia non solo rischia di essere dimenticato, ma la situazione potrebbe essere molto più catastrofica rispetto al prima. Qualche giorno fa Kim Putters, direttore dell’Ufficio di pianificazione sociale e culturale (PSC) e membro del Consiglio economico e sociale del governo, ricordava in un’intervista a NRC: “Mai sprecare una buona crisi”. Sì, ma come?

E cosa succederà al settore artistico nei Paesi Bassi tra tre o quattro anni? La risposta interesserà anche molti lavoratori e noi tutti come consumatori culturali.

Tra apocalittici e ottimisti, la battaglia sembra sempre più aperta. Questioni legate all’economia del mondo culturale – diritti dei lavoratori e degli artisti di una delle industrie più fiorenti nei Paesi Bassi – s’innestano su un dibattito più ampio: è giusto lasciare la cultura in pasto al libero mercato? E fino a che punto è giusto sovvenzionarla pubblicamente?

Perchè tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi

I sussidi quadriennali stanziati per la cultura la settimana scorsa hanno premiato – almeno sulla carta – piccole realtà innovative piuttosto che le grandi istituzioni concentrate nella città del Randstad. Nonostante le buone intenzioni, in risposta al dibattito parlamentare sul pacchetto di sostegno di 300 milioni, Atze de Vrieze di 3 voor 12 scrive: “I 300 milioni del governo rimangono principalmente per l’elite culturale” che già usufruiva di sovvenzioni in passato. Certo, potrebbe essere che il governo si senta maggiormente responsabile per le istituzioni di cui si era già occupato in passato, ma, di nuovo, fino a che punto?

Sulle pagine di NRC, Hans Abbing, fotografo, artista visuale e sociologo all’UVa, scrive: “in generale mi aspetto che i “grandi” vincano e i “piccoli” perdano. Le grandi istituzioni di successo e gli artisti creativi che guadagnano parecchio non ne usciranno male. Saranno altri a pagarne le conseguenze. Mi aspetto anche che gli istituti e i lavoratori autonomi sovvenzionati escano dalla crisi meglio di quelli non sovvenzionati”.

Il meccanismo di concentramento dei finanziamenti alla cultura non è diverso da quanto avviene altrove nell’economia: “se l’Orchestra del Concertgebouw, con o senza il sostegno del governo, uscirà bene dalla crisi, ciò è in linea con quanto sta accadendo ovunque nell’economia. C’era già in atto un meccanismo di “prendi tutto”, che ora rischia di diventare ancora più forte. A differenza delle aziende più piccole, le aziende più grandi sopravviveranno alla crisi senza grandi difficoltà. Questo vale per il costruttore navale IHC Merwede tanto quanto per l’Orchestra del Concertgebouw, l’Opera e il Balletto Nazionale Olandese“.

La quota di finanziamento di queste tre istituzioni è sproporzionatamente elevata, nonostante le dimensioni molto limitate del loro pubblico e il loro contributo all’innovazione artistica. I costi per visitatore sono ovviamente molto più alti di quelli della ben più avventurosa Metropolis Orchestra, o dell’innovativo Music Theatre Hollands Diep.

La morte del bottom-up culturale?

L’innovazione artistica si muove quasi esclusivamente dal basso verso l’alto (bottom-up), ha bisogno di molti attori che tutelino e rendano il patrimonio culturale vivo e vibrante. Un insieme che comprende anche il patrimonio immateriale, come gli spettacoli di Bach e Mahler. Se un patrimonio immateriale deve prosperare e sfuggire alla fossilizzazione – come nella musica classica – allora sono necessarie innovazione e un’offerta parallela in costante rinnovamento per un pubblico vasto ed entusiasta.

Abbing, sulle pagine di NRC, si chiede cosa ne sarà dei piccoli artisti e centri non sovvenzionati? Saranno costretti a estinguersi?

“Certamente in campo musicale, è plausibile. Per esempio, è probabile che alcuni dei compositori/esecutori che fanno musica innovativa e “alternativa” (tra cui molti dj-produttori e rapper/hiphopper) lascino la scena almeno temporaneamente. Di conseguenza, l’importante effetto “bottom-up” di cui sopra verrà meno. Alcune delle istituzioni artistiche non sovvenzionate andranno in bancarotta o sopravviveranno gravemente indebolite. Questo vale in particolare per le istituzioni che si occupano di piccoli edifici d’arte e della loro programmazione. Gli edifici non si rovesciano, ma possono avere una destinazione non artistica. Il non sovvenzionato Ziggo Dome potrà presto continuare come prima. Ma lo stesso non vale per le istituzioni artistiche non sovvenzionate associate a piccoli edifici, sale e club”.

Poca attenzione per il clubbing

C’è poca attenzione per i club. Erroneamente, sono spesso associati a una cattiva arte. Non è un caso che il mondo della musica sovvenzionata denigri il “circuito commerciale”. Queste istituzioni artistiche possono ora utilizzare solo i sussidi generali per le aziende in difficoltà e il loro personale, mentre la loro situazione è di solito più precaria e devono competere con le istituzioni più grandi che ricevono un sostegno aggiuntivo.

“Come nel circuito sovvenzionato, anche nel circuito non sovvenzionato la differenza tra grandi e piccoli può essere significativa. Anche in questo caso è in atto un meccanismo del “prendi tutto”. Un esempio è quello dei grandi festival musicali e delle piccole istituzioni artistiche. Questi ultimi hanno già sofferto di “festivalizzazione” e di grandi festival che non solo dirottano il pubblico, ma anche artisti e produttori di dj con contratti esclusivi. Con o senza sostegno, i grandi festival sopravviveranno e la loro competitività aumenterà, mentre le piccole istituzioni artistiche continueranno a fallire o a subire danni”.

Che cosa si può fare?

Conclude il suo ragionamento Abbing scrivendo che “forse la crisi è il momento giusto per stabilire che ci sono molte più istituzioni artistiche di quanto si pensi. Indubbiamente molti club sono anche istituzioni artistiche. Sono realtà paragonabili a piccole sale dove si suonano musica classica e jazz. Pertanto, senza un ulteriore sostegno dopo la crisi, ci sarà meno arte per un grande pubblico e il già citato movimento verso l’alto di importanti innovazioni musicali diminuirà. È un peccato per l’arte e per la società. Ma le cose possono essere fatte in modo diverso”.

Ma siamo sicuri che un effetto shock in campo artistico sia necessariamente negativo? Al momento è tutto ancora troppo incerto per stabilirlo, ma – ricorda Abbing – “i risultati a lungo termine dei tagli di Halbe Zijlstra, segretario di Stato aggiunto presso il Ministero dell’istruzione, della cultura e della scienza nel primo governo di Mark Rutte (tagli che in seguito sono stati parzialmente invertiti) hanno avuto effetti positivi. Lo shock può portare anche a una definizione più ampia dell’arte e a una migliore distribuzione dei sussidi. Ma allora si dovrà iniziare a operare scelte sensate nel prossimo periodo”.