di Miriam Viscusi

La prospettiva femminista varia da Paese a Paese, a seconda del contesto e delle lotte presenti in una certa società. L’India, ad esempio, è caratterizzata dal sistema delle caste. Questa gerarchia, che risale a circa 3.000 anni fa, divide le persone in quattro classi, a loro volta suddivise in migliaia di sotto-caste. In alto si trovano i brahmani (sacerdoti, intellettuali e insegnanti), seguiti da kshatriya (guerrieri e nobili) e vaisya (commercianti, agricoltori e artigiani). La casta più bassa è quella dei shudra (servi). In fondo a tutti vengono collocati  i dalit o “intoccabili”.

L’appartenenza a una certa casta influenza tutti gli aspetti della vita: se e quanta istruzione una persona riceverà, chi sposerà, come si vestirà, che professione potrà svolgere, quanto grande sarà la sua casa, chi potrà comporre il suo cerchio di amicizie e addirittura in che classe, sul treno, avrà diritto di viaggiare. Da donna, appartenere a una casta inferiore significa vedersi negate opportunità di studio, di lavoro e partecipazione alla vita sociale.

E così se in “Occidente” un approccio intersezionale aiuta a ripensare le discussioni legate al razzismo, in India non si può prescindere dalle questione delle caste, a cui si sovrappongono le discriminazioni basate ad esempio sulla religione, la disabilità, il genere.

Il femminismo intersezionale ci ricorda che a seconda di dove andiamo, esistono diverse discriminazioni (Manasi Pant)

Per saperne di più, abbiamo chiesto a Manasi Pant, redattrice della piattaforma media Feminism in India (FII), di raccontarci come si vivono le battaglie per i diritti delle donne nel Paese e quali sono le questioni più urgenti da affrontare.

Di cosa si occupa Feminism in India? Quanto è importante la vostra presenza online?

FII è un’organizzazione nata sette anni fa, il cui scopo è rendere più accessibile il femminismo in India, specialmente alle persone giovani, che spesso non vengono educate su questi temi. I temi femministi vengono infatti trattati molto a livello accademico, quindi con un linguaggio complesso.

FII vuole renderli “mainstream” e offrire a chiunque i mezzi per capirli. Lo facciamo attraverso articoli, podcast, interviste online e campagne di sensibilizzazione. Vogliamo dare voce alle persone che spesso sono escluse dai media tradizionali e lo facciamo dialogando ad esempio con persone con disabilità o non binarie.

Essere presenti sui social media serve a raggiungere un pubblico più ampio. A volte l’online ha un impatto sull’offline. Per esempio, con la rubrica FII Unlearns spieghiamo perché alcuni atteggiamenti, discorsi o espressioni possono essere offensivi per alcune persone. Cerchiamo di sensibilizzare le persone perché agiscano in modo più consapevole nella vita quotidiana.

Come viene percepito questo attivismo nella società indiana?

Molte persone pensano che le femministe odino gli uomini e vogliano stabilire la propria supremazia. È ovvio che se vuoi criticare il patriarcato, devi criticare anche il modo in cui gli uomini traggono beneficio da esso – il che tra l’altro, include anche il sistema delle caste. Il femminismo non è ben visto da chi ha una posizione di privilegio.

Dipende dalla tematica: generalmente quando rivendichiamo uguaglianza e diritti per le donne, le persone si dimostrano aperte, ma quando iniziamo a parlare di leggi e politiche che siano più inclusive per tutt*, ci dicono che siamo “troppo politiche” e che certi argomenti non ci riguardano.

Il femminismo è ancora percepito come un movimento riguardante solo le donne, ma in realtà lotta per tutte le minoranze, come le persone trans, di genere non conforme, con disabilità. E anche quando parliamo di donne, non ci riferiamo a quelle più privilegiate e basta. Inoltre per noi è fondamentale dialogare con gli uomini . Non per sminuire le nostre rivendicazioni, ma per invitarli ad ascoltare e smettano di percepire il femminismo come una battaglia contro di loro.

This week, #FIIExplains what we mean by the Second Shift. It is a term used to highlight how the burden of paid work and…

Pubblicato da Feminism in India su Giovedì 4 febbraio 2021

Quali sono le discriminazioni più evidenti legate alle tradizioni?

I ruoli e le norme di genere sono ancora molto forti e difficili da estirpare. Ad esempio, in alcune zone dell’India il fatto che una donna lavori è vissuto come una vergogna.

Generalmente alle donne viene affidato il compito di gestire la casa e all’uomo la sfera pubblica, il guadagno, il sostentamento economico. Perciò se una donna lavora, l’idea è che lo faccia perché il marito non guadagna abbastanza e non per la propria indipendenza economica o emancipazione. Ad alcune donne, tuttavia, tocca lavorare sia in casa che fuori. E nei campi in cui lavorano non vengono molto riconosciute. In un settore come l’agricoltura – che rappresenta una grossa porzione dell’economia nazionale – lavorano in maggioranza donne. Però, nell’immaginario comune, quando si parla di agricoltura si pensa a un’occupazione esclusivamente maschile.

Per quanto riguarda l’istruzione, purtroppo mancano ancora lezioni obbligatorie di educazione sessuale o laboratori sulle relazioni e le questioni di genere. Questa situazione è difficile da cambiare, perché non è automatico “disimparare” le cose a cui si è stati abituati.

Il divario di genere (gender gap) è molto presente in India, in particolare nell’istruzione e nell’accesso al lavoro. Le ragazze si iscrivono a scuola più dei ragazzi, ma intorno alla pubertà si verifica un alto tasso di abbandono scolastico.

Questo dipende da molti fattori, come le radicate norme di genere: se c’è bisogno di aiuto nei lavori a casa o per la famiglia, questo è un compito delle ragazze, che quindi sono costrette a lasciare la scuola. Ma a volte ci sono fattori più pratici: non viene fornita un’educazione sull’igiene mestruale e nelle scuole le ragazze non hanno accesso a un bagno. La mancanza di acqua e di privacy favoriscono l’abbandono scolastico.

Poi ci sono le regole legate alla sicurezza: è preferibile che le donne non escano dopo determinati orari, o che non escano con uomini se non vogliono “provocarli”. Su quest’ultimo punto, il focus è sbagliato: per prevenire violenze ci si concentra sulla vittima, sui  suoi movimenti, invece di dare attenzione al colpevole. Sulla violenza di genere esistono delle leggi, ma il più delle volte la loro applicazione dipende da chi è il colpevole e chi è la vittima. Qui entra in gioco l’intersezionalità: se una donna di casta inferiore denuncia una violenza, è raro che venga ascoltata. Allo stesso modo, se il colpevole è una personalità influente o ricca o appartiene a una casta privilegiata, è più facile che sia assolto. Sono dinamiche di potere.

Tempo fa è uscito un articolo sulle donne nella storia indiana, soprattutto nel processo di indipendenza. Si rifletteva su come alcune figure siano omesse nella narrazione ufficiale, nonostante il loro contributo. Cosa ne pensi?

Non mi sorprenderebbe se scoprissi che nei libri di storia viene data meno importanza alle donne. In generale le persone marginalizzate, per esempio quelle provenienti da caste inferiori, con disabilità o transgender, sono completamente ignorate. Faccio due esempi: una è Savitribai Phule, considerata la pioniera dell’istruzione in India. È appena menzionata dai libri di storia e ai suoi tempi era stata molto criticata perché voleva garantire l’istruzione alle ragazze e alle persone di caste inferiori. Il secondo esempio è il giurista Benegal Narsing Rau, che contribuì a scrivere la Costituzione indiana, raramente menzionato perché appartenente a una casta marginalizzata.

Che ruolo hanno le donne in politica? 

Le donne sono sempre state molto attive in politica e, circa un anno fa, è diventata più evidente durante le manifestazioni contro il Citizenship Amendament Act. Si tratta di una legge che metteva in dubbio la cittadinanza delle persone indiane musulmane. In occasione del Shaheen Bagh – questo il nome della protesta- sono scese in piazza tantissime donne e sono diventate il simbolo della resistenza contro quella legge.

Gli interventi sul palco erano fatti per la maggior parte da donne, gli uomini erano “in panchina”. Ma anche lì – e nelle proteste odierne – risalta un atteggiamento paternalista. Sono ancora in tanti a dire che bisogna “proteggere le donne durante le manifestazioni”.