La Birmania, a maggioranza Buddista, sta continuando a perpetrare il genocidio contro la minoranza Rohingya, di fede musulmana, nonostante gli ordini delle Nazioni Unite. L’allarme è stato lanciato da attivisti e avvocati che si occupano di diritti umani.

A gennaio, il tribunale internazionale di giustizia ICJ ha respinto le argomentazioni della leader Birmana, Aung San Suo Kyi, che si è auto difesa alla corte dell’Aja. Il tribunale ha inoltre imposto misure temporanee ma urgenti sulla nazione.

La ICJ ha ordinato alla Birmania di fermare il genocidio, di non eliminare le prove dei crimini commessi contro i Rohingya e di presentare un resoconto alle UN ogni sei mesi.

“Il genocidio non è finito,” ha affermato Tun Khin, presidente dell’organizzazione Burma Rohingya. Il gruppo, che ha sede in Inghilterra, è una delle più famose associazioni che proteggono i diritti della minoranza.

“Il governo e l’esercito birmano hanno capito che possono facilmente ignorare le misure imposte senza avere alcuna ripercussione”, ha continuato.

La repressione del 2017 e le denunce internazionali

Nel 2017, una efferata repressione militare ha ucciso centinaia di Rohingya, mentre circa 750 000 sono stati costretti a scappare in Bangladesh, dove sono stati accolti in campi profughi. Altri 600 000 si trovano ancora in Birmania, ma non hanno nessun diritto di cittadinanza: gli attivisti descrivono la loro condizione come un nuovo apartheid.

La Birmania nega il genocidio, e giustifica le operazioni militari del 2017 come un modo per fermare le insurrezioni dei Rohinya nel paese.

M. Arsalan Suleman, il consulente legale che lavora sul caso contro la Birmania, ha confermato lunedì che il paese ha consegnato il secondo report in tempo.

Tuttavia, gli attivisti stanno facendo pressione sulla ICJ. Vogliono che il tribunale renda pubblici i report del governo birmano, per permettere una verifica completa e trasparente.

“Per i Rohingya, questa mancanza di trasparenza è l’ennesima ingiustizia,” ha spiegato Tun Khin.

I gruppi di difesa dei diritti, hanno condannato l’esclusione della minoranza dalle elezioni di novembre, e il continuo svilimento degli stessi come “intrusi illegali”.

“La Birmania non ha fatto nulla per combattere la discriminazione contro questi cittadini: il rischio di genocidio è persistente,” ha dichiarato Grant Shubin, direttore del centro di giustizia globale di New York.

La crisi ha distrutto la reputazione internazionale della Birmania e di Aung San Suu Kyi. 

L’assemblea generale dell’UN, la scorsa settimana ha votato per una proposta di risoluzione che esprima “forte preoccupazione” per la violazione di diritti nei confronti dei Rohingya. La Birmania ha definito questa presa di posizione “illegittima” e “invasiva”. 

Il paese ha ammesso che alcuni soldati potrebbero aver usato misure “eccessive” durante la repressione del 2017, ma insiste che questo deve essere determinato dal sistema penale nazionale della Birmania.

L’anno scorso, anche la corte penale internazionale, ICC, ha aperto un’indagine sulla questione. 

Anche l’Argentina ha presentato una causa. Si è appellata al principio di giurisdizione universale, che permette a tutti gli stati di processare crimini di guerra e contro l’umanità.