di Gianmarco Girolami

Additonal editing: Chiara Cogliati

In Bielorussia, qualche mese fa, la politica repressiva del Presidente Lukašėnka sembrava aver avuto la meglio: gli arresti, la violenza e gli omicidi di alcuni attivisti hanno portato al progessivo soffocamento delle proteste di massa. Ma il Presidente non è comunque riuscito a porre freno alla dissidenza dei cittadini. Ora le proteste non sono più nelle piazze, ma nei piccoli gesti di disobbedienza civile: ad esempio, le bandiere bianco e rosse, simbolo dell’opposizione, hanno ornato i balconi delle case in occasione della giornata della libertà in Bielorussia.

Questa volta, nel mirino di Lukašėnka sembra esserci la stampa indipendente: solo la scorsa domenica, sette reporter sono stati arrestati. Un ennesimo tentativo di reprimere la diffusione mediatica di quanto accade nel Paese. Gli arresti dei giornalisti si vanno ad aggiungere a quelli di centinaia di cittadini. Nonostante la soppressione delle proteste di massa, in Bielorussia si continua ad essere arrestati arbitrariamente.

Nadya, artista e attivista bielorussa che ha provato sulla sua pelle cosa significa essere arrestati ingiustamente, ci ha raccontato qualche tempo fa cosa stesse succedendo in Bielorussia. Nadya è stata formalmente incriminata per violazione dell’articolo 23.34 del Codice amministrativo (partecipazione ad un evento non autorizzato). In Bielorussia la pena da espiare per questo genere di reati non è una sanzione amministrativa, ma il carcere.

Un tag che vale un arresto

“La polizia bielorussa mi ha arrestata dopo aver visto una foto su Facebook in cui ero stata taggata”. La foto a cui si riferisce riguarda una manifestazione organizzata in estate a Palazzo delle Arti a Minsk, evento in cui gli artisti esponevano le foto dei manifestanti feriti dalla polizia durante le accese proteste dei giorni precedenti. Così all’alba di un giorno come un altro, mentre Nadya leggeva le news a letto, è arrivata la polizia: “Ricordo che sono andata ad aprire la porta con l’idea che fosse il mio fidanzato, credevo avesse lasciato qualcosa a casa e fosse tornato da lavoro”. E invece no, Nadya sentirà il ragazzo solo ore dopo, per comunicargli il suo arresto. “Siamo andati alla stazione di polizia, e dopo vari accertamenti mi hanno chiesto di tornare a casa per prendere il mio computer e dei vecchi telefoni che avevo, volevano controllare tutto”. La polizia bielorussa infatti non si ferma all’arresto, ma cerca, attraverso il PC di Nadya nuove prove, o forse qualcun altro da mettere dietro le sbarre.

Dal letto di casa a decine di persone per cella

Così, l’artista passa a distanza di poche ore dal letto di casa propria ad una cella condivisa con altre cinque persone. I giorni di carcere hanno fatto toccare con mano a Nadya la politica repressiva di Lukašėnka: “Se il primo giorno eravamo in cinque, dopo poco tempo siamo diventati dieci, ogni giorno nuovi arresti”. Una situazione già difficile divenuta traumatica per via delle condizioni delle carceri bielorusse. Amnesty International ha più volte denunciato torture e condizioni disumane: stupri punitivi, privazioni del sonno e percosse. Correva voce che da quelle carceri si esce solo in ambulanza.

In questa tragedia però, Nadya si ritiene fortunata: “Non ho subito alcun tipo di violenza, solo stress psicologico, ho vissuto col timore che potesse succedere anche a me”. Il momento peggiore è stato quando la polizia ha deciso di far cambiare carcere all’artista: “Sono salita su quel van senza sapere dove ci stessimo dirigendo”. La meta era un’altra gelida prigione, non troppo distante dalla prima. Nadya e le sue compagne questa volta sono riuscite a costruire una tenda con i pochi strumenti raccolti in cella: “Vivere in uno spazio così piccolo con tante persone e un water a vista potrebbe ledere la dignità di chiunque, così abbiamo cercato di dividere il bagno”.

Combattere la paura con l’arte

È in questa durissima prova che l’arte ha giocato un ruolo fondamentale. Nadya per combattere la noia ha iniziato a dare lezioni d’arte alle sue “coinquiline forzate”, dando colore a quelle grigie giornate di tedio: “Ho insegnato loro l’utilizzo dei colori ad acqua, ogni artista condivideva con l’altra la propria passione”. Insomma, il timore della tortura veniva combattuto con la forza dei pennelli e con le voci delle cantanti presenti con le quali si sente ancora. “L’arte qui sta aiutando le persone a protestare, a fomentarle”, continua, “Molti non erano artisti, ma nell’arte hanno trovato il coraggio di manifestare le proprie idee”.

E se l’arte è stata d’aiuto per lo spirito, lo stesso non si può dire degli altri soggetti internazionali, come l’Unione europea: “Onestamente non avvertiamo la sua presenza in questa vicenda, non abbiamo riscontrato alcun gesto. Quello che voglio che sia chiaro è che noi non necessitiamo di supporto per fuggire, ma di sostegno per restare”.

Oggi,  abbiamo provato a ricontattare Nadya per chiederle aggiornamenti sull’evoluzione della situazione politica e sociale in Bielorussia, ma non abbiamo ancora ricevuto risposte.