di Gianmarco Girolami

 

La mattina del 25 aprile 1974, alle radio portoghesi, veniva trasmessa la canzone di protesta Grandola Vila Morena di Josè Zeca Afonso: cominciò così l’insurrezione del Movimento per le forze armate che in breve tempo consegnava alla storia l’estado novo, dopo 35 anni di dittatura fascista di Salazar e Caetano. Al termine della rivoluzione incruenta, i cittadini, presi dall’euforia, iniziarono a donare garofani rossi ai militari, molti dei quali decisero di inserirli nei loro fucili: quei giorni il Portogallo era invaso da fiori e questa vicenda diede il nome alla cosiddetta “rivoluzione dei garofani”. Dalla cenere della dittatura, nel 1976 nacque la Costituzione portoghese, che presenta un unicum nel suo preambolo: la volontà di creare una società socialista.

Talmente di sinistra, che anche la destra è di sinistra

Dal 1974 ad oggi, tranne una parentesi di centro-destra nel 1980, il Portogallo ha sempre visto al governo una curiosa alternanza fra il Partito socialista (PS) ed il Partito socialdemocratico (PSD). Il Governo portoghese a guida socialista, vede nell’opposizione principalmente tre forze: il PSD, il Blocco di sinistra (BdE) ed il Partito comunista portoghese (PCP). Insomma, visto da fuori, sembra che in Portogallo anche la destra sia di sinistra. Ma è proprio così?

Júlio Reis/Wikipedia. Júlio Reis (User:Tintazul), CC BY-SA 2.5

Come in ogni partito di sinistra che si rispetti, il PSD è frutto di un gruppo di dissidenti del Partito socialista. I socialdemocratici, però, spinti dalla pressioni cattoliche e dal fatto che qualcuno, volente o nolente, anche in un paese che più di sinistra non si può, la destra deve pur farla, si son spostati verso il centrodestra, sino a suggellare questa posizione con l’ingresso nel Partito Popolare europeo. Ma anche nella sinistra governativa, a guardare proprio bene, il rosso sembra un po’ sbiadito:

“Il Partito socialista non migliora i diritti dei lavoratori e talvolta li peggiora, mentre il Partito socialdemocratico li distrugge direttamente”, dice senza giri di parole Pedro Faria, sindacalista dei lavoratori sanitari e assistente parlamentare di Bloco de Esquerda. Faria tira una linea marcata fra ciò che potrebbe essere e ciò che non è: “Un sindacalista ha molto da fare in Portogallo perché manca la  contrattazione collettiva e  il principio del trattamento più favorevole per il lavoratore è stato rimosso alcuni anni fa“. Niente socialismo, insomma: “Il Portogallo non è un paese socialista”, taglia corto Faria: L’economia è neoliberale e negli ultimi anni i diritti dei lavoratori sono sotto attacco”.

 

Socialismo d’apparenza

Lisboa. Source: Pixabay

Sulla stessa trama si muove anche la professoressa Catherine Moury, docente di Politiche pubbliche europee all’Universidade Nova di Lisbona, che tira in ballo il periodo di austerity: “Il Portogallo non è un paese così socialista; ciò che ha fatto l’ultimo governo è stato ripristinare alcuni diritti rimossi nell’epoca dell’austerity, riducendo altre spese per far quadrare i conti”. Secondo l’accademica un esempio parla da solo: dopo che la Troika aveva preteso l’innalzamento a 40 ore della settimana lavorativa per le professioni sanitarie, il governo Costa I le ha riportate a 35 ore ma senza assumere nessuno. Di conseguenza l’attesa in ospedale è diventata più lunga e Costa è apparso come un meccanico, più che un rivoluzionario.

Per Moury la troika ha cambiato anche gli equilibri politici: “Fino al 2011, PS e PSD erano partiti di centro e con differenze non così grandi. Poi vi è stata una polarizzazione. Costa è più a sinistra rispetto ai suoi predecessori ed ora con il PSD è avvenuto lo stesso con un’oscillazione maggiore verso destra dopo le elezioni di Rui Rio a Presidente del partito”. Rosso fuoco o sbiadito che sia, a rompere l’idillio del socialismo narrato ma non praticato, e a confermare la ‘normalizzazione’ anche del Portogallo, è l’impennata nei sondaggi di Andrè Ventura, fondatore del movimento Chega e ammiratore di Matteo Salvini. Un pratica, la versione lusitana del populismo europeo.

 

Socialismo in Costituzione ma senza un tetto sulla testa

E come se non bastasse, a smorzare ulteriormente la tonalità di rosso nel secondo governo Costa, è arrivata la decisione di sfrattare la sinistra radicale:  Bloco de Esquerda non è stato riconfermato come alleato: “Nel primo governo, Costa era obbligato a portare avanti proposte della sinistra radicale, ora no, è più libero e può negoziare con tutti”. Insomma, il PS vota volta per volta con un potenziale alleato differente, che egli stesso sceglie in funzione di ciò che vuole portare avanti. Una soluzione che per certi versi può sembra estenuante, ma che permette al Governo di trattare con tutti, senza alcun freno ideologico. “Il governo può essere considerato a sinistra, ma negli aspetti che potrebbero rendere la società progressista e per quanto concerne i diritti è a destra” dice il sindacalista, che rimarca: “La nostra Costituzione si esprime sulla difesa dei più deboli, ma non viene pienamente attuata e il sistema di redistribuzione solidale dei contributi viene ogni giorno attaccato”.

Prelvini, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Basti guardare un tema noto anche all’estero: i prezzi alle stelle delle case di Lisbona: “Hanno cercato di trasformare il Portogallo in un paese di servizi e turismo”, dice Faria. “Con l’ascesa degli ostelli e degli Airbnb e con l’emanazione di norme apposite hanno spogliato gli inquilini dei loro diritti”. Della stessa idea è anche l’ex parlamentare europeo del PCP Miguel Viegas: “La crisi è legata alla scomparsa dello Stato nel mercato immobiliare, che è stato lasciato agli interessi dei grandi squali del settore immobiliare”. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: “Gran parte degli immobili delle città sono state trasformate in alberghi, ma senza dover pagare le tasse che un hotel paga, ed il lavoratore medio deve lasciare i centri delle città dove prima viveva e da dove è stato espulso” dice il sindacalista.

E così, in Portogallo, il socialismo è solennemente in Costituzione ma senza un tetto sulla testa.