The Netherlands, an outsider's view.

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ART

Il mondo che si fa mondo: le opere di tredici artisti esposte online per il MU di Eindhoven



Mentre il virus sta creando una nuova realtà intorno a noi, il MU di Eindhoven ha trovato un modo per condurci virtualmente in una serie di mondi alternativi. Soprattutto in queste settimane, i mondi immaginari possono rivelarsi una fonte di sollievo. Ma i mondi queer, utopici e distopici che sono esposti in Worlding Worlds offrono più di una semplice distrazione.

In un coro di voci critiche e ottimiste, dal 22 aprile al 12 giugno tredici artisti e designer mettono in discussione la visione dominante, opponendo possibilità inaspettate e creando quello spazio che può essere difficile da trovare nella società così come la conosciamo.

L’intera mostra è visitabile cliccando qui.

Certo, l’uso del verbo “mondeggiare” – io mondo, tu mondi, noi mondiamo – è un fenomeno sfuggente. Il buon senso fa presto a chiedersi cosa viene messo al mondo e da chi. Galline e uova esistenziali. Quando il termine ‘mondeggiare’ è stato introdotto nella filosofia del ventesimo secolo, doveva descrivere l’accadere del mondo nel tempo. Certo, il “farsi mondo del mondo” è qualcosa di molto denso ma non così astratto se pensiamo all’affermarsi degli algoritmi di autoapprendimento e dell’intelligenza artificiale: oggi è diventato più facile immaginare un mondo che è sempre sul punto di dispiegarsi in maniera diversa rispetto a com’è.

Le provocazioni dei tredici artisti esposti

Pochi artisti mettono il mondo al centro della loro pratica come Ian Cheng. Costantemente alla ricerca di modi per creare mondi che continuino a prosperare da soli, una volta che il loro ideatore non ci sarà più. In The Emissary’s Guide to Worlding, scaricabile gratuitamente durante la mostra, l’artista conclude che un mondo esisterà finché ci saranno persone che vi investiranno. Abbiamo bisogno di essere coinvolti, divertiti, emozionati, stupiti o ipnotizzati. E il mondo può assumere molte forme.

In Paysages Possibles di Joanie Lemercier un semplice strumento di disegno è diretto da un piccolo computer e da un algoritmo. Linea per linea, un paesaggio sta prendendo forma, foglio per foglio, fino a riempire il muro di un mondo grafico di montagne e acqua.

Intanto, la vita è protagonista in Eye of the Dream di David OReilly, che si sviluppa in tutta la sua complessità da il Big Bang fino alla nostra età moderna come una danza mozzafiato, più e più volte, e mai più la stessa.

L’animazione Valentine in Things City di Viviane Komati prende questo ciclo a una logica conclusione in un immenso magazzino popolato da droni, trasportatori, ascensori, robot logistici e pacchi – una coreografia sconcertante che esclude ogni vita umana fino all’arrivo di una ragazza alla ricerca di una consegna persa.

Più distopico è Flesh Nest, una serie di animazioni realizzate da Andrew Thomas Huang che evoca un incubo post-apocalittico di un purgatorio digitale, ispirato ai dipinti di Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel.

É possibile rompere la dualità di genere?

Creare un mondo è un gesto potente. Basta chiederlo alla comunità LGBTQ+, o a chiunque non rispetti le norme tramandateci dai dogma religiosi. Il rigido dualismo ordinato da Genesi 1:27-28, per esempio, che divide le persone in uomini o donne (in ottica riproduttiva), sarà abolito solo se messo in discussione da storie nuove e diverse. Anche se c’è una crescente attenzione alle esperienze non conformi al genere nelle scienze umane e nella cultura popolare, siamo ancora molto lontani dal creare un mondo alternativo convincente.

La storia dell’arte ci offre dei precedenti: nel pianeta Winter in The Left Hand of Darkness di Ursula Le Guin, un’opera del 1969, le persone senza sesso possono scegliere di essere uomini o donne nei loro periodi fertili. Nonostante le crescenti sfide, però, l’immagine binaria dell’umanità è molto lenta a dissolversi.

Quanto è problematico e minaccioso sia tutto ciò, diventa tangibile in “Ressurection Land” Pro League di Danielle Brathwaite-Shirley (@ladydangfua), dove una squadra di transgender neri ha bisogno di proteggere i loro antenati risorti dal turismo trans da parte dei “consumatori”. Più e più volte, le vostre motivazioni come spettatori vengono messe in discussione. Molti dei nostri sistemi di potere ereditati (patriarcato, capitalismo, colonialismo, ecc.) vedono gli esseri umani come governanti sulla terra e su tutto ciò che vive in essa: una visione antropocentrica del mondo che ha urgente bisogno di essere rovesciata.

In Staying with the Trouble, lavoro del 2016, Donna Haraway descrive il mondo come una preoccupazione di tutte le creature, grandi e piccole. Questa consapevolezza che siamo tutti collegati in una miriade di modi, che facciamo il mondo e gli diamo un senso di dipendenza reciproca, si può trovare anche in Host, un’installazione di Amanda Baum & Rose Leahy. In collaborazione con Richard Beckett hanno creato cuscini, oggetti da parete e sfere di vetro piene di batteri e microbi, portandoci volutamente a stretto e intimo contatto con i microrganismi che portiamo dentro e sopra il nostro corpo.

Liam Young propone una proposta completamente diversa. Nella sua Planet City tutti gli abitanti della Terra si ritirano in un’unica gigantesca città di 7 miliardi di abitanti, in modo che il resto del pianeta possa essere restituito alla natura. È un modo di vivere sostenibile? Come sarebbe un mondo che non è stato progettato secondo uno scenario distopico occidentale?

In modo diverso, questi temi compaiono anche in Earth Mother, Sky Father di Kordea Jatafa Henry. Lo Street dancer Storyboard P addomestica un tecno-demone nell’Africa del 2030, quando il continente non è più sfruttato dalla Cina o dall’Occidente, ma utilizza invece le sue preziose materie prime per la propria crescita.

Su scala più piccola, la crescita è fondamentale per la Weightless Collaboration di Soft Bodies, un giardino virtuale dove si può collaborare con qualcun altro per lavorare la terra, innaffiare le piante e godere dei frutti del proprio lavoro. L’esperienza di una realtà virtuale condivisa anticipa nuovi modi di vivere e lavorare insieme per le persone che sono separate dalla distanza fisica.

L’alunno della Stream City of Design Academy Stéphane LAB immagina il nostro futuro habitat in un paesaggio urbano virtuale, permettendo di volare nel cielo in una tuta alare. Effimero, anarchico, quasi trasparente, valorizza l’esperienza e la collaborazione con gli altri rispetto ai possedimenti individuali.

Elemento di distruzione

Eppure, l’accadere del mondo non è solo una questione di costruzione. Il mondo, come un continuo dispiegarsi del mondo, contiene anche un elemento di distruzione. Lo si può percepire chiaramente in due delle opere più personali di Worlding Worlds: Ferenj, The Installation di Ainslee Alem Robson consiste di punti basati su immagini di Addis Abeba e del ristorante Cleveland gestito dei genitori di Robson. Mentre ci si muove in uno spazio virtuale, si vede un mondo appare e scompare continuamente come ricordi intangibili.

Infine l’installazione Flotsam Jetsam, Lagan e Derelict, realizzata da Mehraneh Atashi, di origine iraniana, è costruita di ricordi, storie, oggetti trovati e animazioni. L’artista vede l’opera come uno stato di non fine del divenire: “un paesaggio di sconvolgimento, che porta in sé il potenziale di trasformazione”.

 

 

 

 






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