come ChatGPT e Gemini, sono le persone a dover “addestrare” i modelli affinché non generino
contenuti illegali. Ma di questo lavoro umano cruciale si parla raramente, dice NOS.
“Una delle più forti mitologie sull’AI è che sia completamente automatica”, afferma la
giornalista investigativa statunitense Karen Hao. Per addestrare uno strumento come ChatGPT
occorrono enormi quantità di dati, che includono anche contenuti su violenza e abusi sessuali.
Devono essere persone in carne e ossa a filtrare e catalogare quei contenuti, così da insegnare
al chatbot cosa sia materiale pericoloso o illegale.
Nieuwsuur ha parlato con un uomo keniota che è stato talmente traumatizzato da questo lavoro che
sua moglie incinta lo ha lasciato.
Mophat Okinyi lavorava tramite un’agenzia per OpenAI in un ufficio a Nairobi e doveva valutare testi
su argomenti estremi, come il cannibalismo o la violenza sessuale su minori.
Non è l’unico a lamentare traumi, dice Hao. Nel suo libro Empire of AI, pubblicato quest’anno,
racconta anche la storia di OpenAI. “La parola ‘impero’ è la migliore metafora storica per descrivere
il potere enorme delle aziende dell’IA. Consumano enormi quantità di energia, capitale e talento.”
Il lavoro di etichettatura dei dati ne è parte integrante. Le aziende tecnologiche occidentali lo
affidano tramite agenzie a lavoratori in paesi a basso reddito come Kenya, Ghana o Filippine. In
quegli uffici le persone devono visionare testi e immagini: prima per moderare i social, ora anche
per addestrare i sistemi di IA.
In Kenya, tempo fa, c’è stata una causa contro Meta riguardo ai diritti dei moderatori e dei data-labelers,
che ha portato l’azienda a lasciare il Paese. In Ghana, però, moderatori avrebbero ricominciato a lavorare
per Meta. La ONG di Hegarty sta preparando una nuova causa lì.
Per OpenAI il lavoro di moderazione dei contenuti è “importante e contribuisce alla sicurezza dei modelli e degli utenti”,
afferma un portavoce. “Ci impegniamo a garantire un ambiente di lavoro sicuro e positivo per chiunque contribuisca allo
sviluppo delle nostre tecnologie, inclusi i lavoratori impiegati dai nostri fornitori.”







