di Mara Noto

additional editing: Massimiliano Sfregola

Pic coursey of Khaled Al Haj Saleh

La guerra in Siria, almeno per le cronache europee sembra il ricordo di un passato remoto: le immagini di morte e distruzione, le bandiere nere dello Stato islamico e i profughi appaiono distanti anni luce.

Ma nella realtà la situazione è tutt’altro che normalizzata e le mille questioni in sospeso, dai richiedenti asilo all’ISIS, sono ancora tutte lì.

Quel conflitto, poi, non è più da tempo solo in Siria ma tracce della guerra civile continuano a segnare le esistenze di coloro che sono riusciti ad arrivare in porti sicuri e cercano faticosamente di ricostruirsi un’esistenza.

È questo il caso di Mazen Hamada, un attivista siriano scampato alle carceri del regime, giunto in Olanda dopo essere passato per la rotta balcanica. Di lui abbiamo sentito parlare per la prima volta a fine di febbraio su account italiani, dai post preoccupati di Fouad Roueiha e Nancy Porsia, due giornalisti freelance italiani.

Quella di Mazen è una figura nota tra chi si occupa di Siria e il 24 febbraio, i due italiani accennavano entrambi alla notizia della sua presunta morte; attivista siriano e testimone delle torture presso le prigioni del regime Assad, ottenuto lo status di rifugiato in Olanda, sarebbe poi rientrato in Siria. Come e perché non è noto. E rimane un alone di mistero anche sulle circostanze della sua scomparsa: è avvenuta un anno fa e ha attirato l’interesse di diversi media internazionali, incluso il Washington Post.

Sulla vicenda non è stata fatta ancora chiarezza ma la sua storia ne racconta anche un’altra, ed è quella di un dramma nel dramma; e cioè la situazione dei rifugiati dopo l’ottenimento dello status. Nei paesi d’approdo, pensano in molti, i rifugiati arrivano in paradiso dopo l’inferno. Ma nelle teste di molti di loro è niente più che un purgatorio, un limbo dove il fragore di armi da guerra e distruzione continua ad echeggiare anche nelle ordinate e silenziose strade del nord Europa.

Chi sono i siriani in Olanda?

“Abbiamo siriani qui da ogni angolo del Paese” racconta George*, accademico e rifugiato in Olanda. Secondo le statistiche parlano di circa 90.000 i profughi siriani: “Molti di loro neanche sapevano dell’esistenza dei Paesi Bassi”, dice sorridendo. “Se parliamo della maggioranza dei rifugiati siriani, parliamo di Germania e Svezia, l’Olanda è un paese piccolo e molte persone in Siria pensano sia una parte della Germania, senza sapere che è uno Stato”.

Costruire una geografia dei rifugiati siriani in Olanda non è facile; la maggior parte di loro è arrivata da Aleppo ma il quadro generale è più ampio. “Non credo ci sia differenza tra chi è di Aleppo o di Damasco” continua George. “Soprattutto quando si parla della parte orientale, gli abitanti delle zone soggette all’occupazione dello stato islamico erano in pericolo anche loro. Però, spesso, per il semplice fatto di provenire da quelle zone venivano accusati di essere terroristi. Quando in realtà l’ISIS ha trovato terreno fertile nella crisi”, dice George.


Chi se lo poteva permettere ha puntato direttamente alla Gran Bretagna, mentre nei Paesi Bassi  “abbiamo persone altamente istruite e altre con un livello di istruzione inferiore. Ma non conosciamo esattamente la geografia umana dei siriani in NL: questo in parte è dovuto dalla situazione in Siria e alla guerra in corso”.
Un’associazione di siriani rifugiati in Olanda non esiste ancora. E tanto meno c’è in programma l’idea di metterla in piedi, ammette George. “Soprattutto la guerra civile ha alimentato un sentimento di sospetto tra i siriani: non si fidano l’uno dell’altro”.

Rifugiato in Olanda? Integrati nel sistema

Se da una parte non esiste un’associazione che rappresenti i siriani in NL, dall’altra c’è però chi dalla vicenda di Mazen ha fatto nascere una campagna chiamata “Libertà per Mazen” (Vrijheid voor Mazen). Il collettivo è composto da Natasha, olandese, e da Akram, siriano, che dal 2016 vive in Olanda, e anche lui passato per le carceri di Damasco, Akram è critico con L‘IND, il sistema di asilo olandese: secondo lui l’attenzione per le persone è scarsa e in  più c’è poca conoscenza della natura stessa del conflitto dal quale lui e Mazen sono fuggiti: “non hanno idea cosa ci siamo lasciati alle spalle. Per loro basta darti l’asilo, se ne hai i requisiti ma non c’è un’attenzione reale al contesto”, dice polemico Akram. “Quando arrivi qui devi integrarti e il governo fa pressione perché i rifugiati seguano quel percorso, senza prestare molta attenzione ai trascorsi”.

Per l’Olanda, insomma, il passato è passato e gli strascichi sono secondari rispetto alla necessità di inquadrarsi nel sistema. Secondo il comitato, c’è poca assistenza per chi si trascina dietro i postumi psicologici della lotta al regime. Molti di loro sono vulnerabili perché costretti a lunghi periodi in carcere oppure perché piegati dalle torture.

Ma cosa è successo a Mazen Hamada?

” Vuoi rimanere anonimo?”, chiediamo. Ma la risposta è senza tentennamenti: “No, perché dovrei?”.  Amer al-Obaid è il cognato di Mazen e vive nei Paesi Bassi. Siamo riusciti a rintracciarlo e abbiamo passato alcune ore con lui e Khaled Al Haj Saleh, amico dell’attivista scomparso, in un paesino nei pressi di Leiden.

“Conoscevo Mazen da prima di conoscere mia moglie”, racconta Amer. Entrambi sono cresciuti nello stesso quartiere e le famiglie erano in rapporti stretti tra di loro. “I tre fratelli di Mazen erano politicamente attivi e noti al regime. La polizia politica di Assad teneva d’occhio le loro attività”, dice Amer che riconosce nella primavera araba il momento in cui Mazen ha scelto di diventare attivo in politica pure lui. Ha iniziato scattando foto ai cortei, poi ha portato latte per i bambini e solo questo sarebbe bastato per farlo finire in carcere per tre volte. La terza ed ultima è stata la più brutale.

“Lo arrestarono insieme ad altri due, perché stavano portando del latte per bambini ai dissidenti del regime. Degli altri non si hanno più notizie. Lui venne rilasciato dopo un anno e mezzo di torture fisiche e psicologiche probabilmente perché credevano non potesse più rappresentare un pericolo”, racconta il cognato.

Nell’agosto 2013, dopo l’ultimo rilascio, la famiglia lo ha convinto ad andare via dalla Siria. Sei mesi dopo Mazen è arrivato in Olanda, e da lì a poco è esplosa l’attenzione mediatica su di lui, in parte alimentata da alcuni membri del partito a cui fa a capo uno dei fratelli.

Dalla Siria all’Olanda

I primi 3 anni in Olanda, Mazen ha condotto una vita normale: era impegnato per lo più a raccontare la sua storia. Finché l’attenzione e pressione mediatica hanno fatto il loro. “Dopo 3 anni le conseguenze del ripercorrere costantemente i suoi traumi sono state evidenti”, raccontano Amer e Khaled.

Una vita tutto sommato normale ha iniziato a vacillare così come il suo stato mentale; l’atteggiamento nei confronti delle persone a lui vicine divenne più aggressivo e scostante, allontanandolo da amici e parenti: “Ti voglio bene e ti rispetto ma in questo modo non possiamo essere amici” diventarono frasi ricorrenti. “Io ero tra loro”, racconta Khaled. “Come amico era sempre più difficile stargli vicino. Non perché non volessi, ma perché non sapevamo davvero in che modo aiutarlo“.

Mazen si è isolato sempre di più e la confusione ha preso il sopravvento. Iniziò a fare dirette live sui social “ma più che live streaming era un live screaming” precisa Khaled. “Erano pensieri sconnessi su Daesh, i curdi, la Siria e tutto ciò che la sua mente martoriata produceva. Ma senza coerenza o un filo logico”.

“Volevamo tutti rimetterlo in carreggiata, io, Amer e sua sorella. Soprattutto lei. Ma Mazen è il fratello più grande e non stava certo ad ascoltarla”, prosegue Khaled. Ad Amer una volta disse: la Siria non ti interessa più perché ormai sei olandese. Ma Amer rispose: non sono olandese, casa mia è lì. Sarò sempre siriano. Ma l’amico non voleva saperne: la tua Siria non è la mia, gli rispose.

La sua sparizione, insomma, è preceduta, come raccontano i familiari, da un difficile percorso personale di stress post traumatico e demoni del passato che non volevano mollarlo.

Poi, ad un certo punto, a complicare la situazione, anche i pochi diritti formali acquisiti con lo status di rifugiato hanno iniziato a sgretolarsi: nell’ultimo periodo olandese, finì per abitare con la sorella e il cognato, perchè a causa di affitti arretrati gli avevano tolto casa. “Ho scoperto solo dopo che non aveva pagato l’affitto per 8 mesi. Viveva solo con il sussidio del governo che non bastava per coprire i viaggi frequenti all’estero, soprattutto a Ginevra”, precisa il cognato. Ma non era solo questo il problema secondo Amer: Mazen finì in brutti giri. Chi ha convinto Mazen ad andare via è probabilmente legato con il traffico di droga e con il regime e potrebbe essere di base a Berlino, sospetta Amer.

L’improvviso rientro in patria

L’ultima volta che l’attivista è stato visto in Olanda era il 14 febbraio 2020. Uscì di casa della sorella per andare in Germania ad incontrare “qualcuno” ma non era chiaro chi fosse questo qualcuno. Era solito viaggiare a Berlino per andare a trovare il nipote Ziad, ma 8 giorni dopo la sua presunta partenza per Berlino, Amer si imbattè in un post su Facebook: secondo la pagina, collegata al regime, il dissidente (Mazen) era in Siria.

Negli 8 giorni di assenza nessuno dei suoi cari aveva avuto contatti con lui anche se non si trattava di qualcosa di straordinario.  Ziad riuscì a raggiungerlo: “Ho commesso un errore”, gli avrebbe detto. Cosa sia, effettivamente, successo nessuno lo sa.

Qualcuno, dice Amer, sostiene di averlo incontrato all’aeroporto di Berlino in compagnia di una donna; avrebbe detto di essere diretto in Libano . Ma la donna, con in mano due passaporti, lo avrebbe corretto “No Mazen, dì la verità: stai andando a Damasco perché lì sei un eroe della nazione”.

“Quando Mazen andava in Germania si recava spesso da un amico in particolare: erano originari dello stesso quartiere di Damasco ma questo amico, nonostante avesse espresso il sostegno alla rivoluzione, non credo lo fosse. Anzi, la sua famiglia era probabilmente pro-Assad”, dice Amer. Dopo la scomparsa di Mazen, la sua famiglia ha sporto denuncia alla polizia olandese, che dice di aver aperto un’indagine. Nel 2020, nel parlamento dei Paesi Bassi è stata presentata un’interrogazione parlamentare al ministro degli esteri per chiedere chiarezza sulla vicenda. Ma il governo ha liquidato la discussione, trincerandosi dietro la formula “non trattiamo casi individuali”, a proposito di rifugiati.

Ad oggi solo notizie confuse: avvistamenti non confermati e alcuni continuano a parlare di decesso, anche questo non confermato.

*George è un nome fittizio scelto dall’intervistato che ha preferito l’anonimato, per non mettere a rischio la famiglia che tutt’ora risiede in Siria. La redazione è a conoscenza della sua identità