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Il giro dell’oca: a colloquio con Erri de Luca, padre a “casaccio”

L'ultimo libro dello scrittore racconta una conversazione con un figlio mai nato e una generazione sacrificata

Un padre e un figlio. Un padre e un figlio seduti alla stessa tavola a confrontarsi sulle rispettive esistenze. Una conversazione tra un genitore potenziale che è appartenuto all’ultima generazione del Novecento e un figlio mai nato che una sera compare a cena, si invita nella casa paterna per qualche ora o istante che sia. Figlio quarantenne giunto come uno straniero, un’allucinazione, protagonista di una parabola biblica. Il figlio non ha nome, è un Pinocchio saggio che non ha corpo – anche se di legno è tutto il resto che il padre falegname e cesellatore di parole ha costruito in una delle sue molte vite precedenti.

Erri di Luca padre non lo è mai stato semplicemente perché “a noi del maschile non spetta il governo delle nascite”. Napoletano figlio degli anni ’50 e delle esperienze politiche settantottine, operaio, arrampicatore di montagne, traduttore dall’ebraico,  intellettuale impegnato: così di solito lo si marchia. Di certo, il prolifico scrittore ha condotto una vita all’insegna del casaccio, peggiorativo dell’ancor nobile caso. Tappe di un gioco a spirale in cui non è ben chiaro chi lanci i dadi al posto nostro.

Lo ha ricordato in un’assolata mattina di metà novembre nell’incontro organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura per i Paesi Bassi e il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Utrecht in occasione della presentazione del suo ultimo libro Il giro dell’oca, edito da Feltrinelli. 

Così il gioco ha avuto inizio: essere Erri de Luca ha significato un’infanzia e un’adolescenza partenopea, una certa riluttanza alla scolarizzazione borghese, la lotta tra la lingua napoletana in cui si è forgiato e l’italiano privo di flessioni dialettali esatto dal padre in casa, le letture clandestine in compagnia degli animali reclusi allo zoo. I ricordi della madre durante i bombardamenti, il rifiuto dello stereotipo di una Napoli teatrino nonostante la necessità teatrale di una delle più densamente popolate porzioni di mondo, l’addio alla città dalla somma del Vesuvio “verso qualunque altrove”. 

E poi il coinvolgimento politico in Lotta Continua a Roma, le responsabilità generazionali e il lancio di dadi che ha deciso chi avrebbe proseguito e chi invece avrebbe fatto raffreddare l’autunno in cella, i picchetti operai, la curiosità per una lingua delle Sacre Scritture, le ferie per guidare convogli umanitari sotto le granate a Sarajevo, il sostegno alle rivendicazioni in Val di Susa contro la costruzione di un’infrastruttura inutile, l’assoluzione dall’accusa di istigazione a delinquere. 

Ricordare queste e non altre tappe è un caso soltanto in parte. Erri de Luca narratore di se stesso preferirebbe soffermarsi su queste stesse caselle ma da un punto di vista differente: l’educazione sentimentale a Napoli, il senso di giustizia, compassione, collera e la vergogna come sentimento politico per eccellenza, lo iato tra un lettore capace di lampi di felicità e lo scrittore condannato solamente a essere soddisfatto di quello che ha prodotto. E ancora l’amicizia col poeta di Sarajevo, redivivo fratello Grimm fatto di vodka e le poesie di Esenin. Oppure l’imprenscindibilità di Borges rispetto a Joyce, Beckett, Musil, Brecht e Sartre. L’astensione dal Natale “dovuta a lutto” e il non lasciare il denaro addormentarsi sul letto. Il fastidio per le frasi fatte e le cose fuorilegge compiute in passato e di cui non bisogna aggiungere altro perché “allora era il da farsi e senza tornaconto personale”. 

Un flusso di coscienza racchiuso in un agile zibaldone di prosa poetica e aforismi.

A ben vedere, più che l’incontro tra un padre e un figlio, Il giro dell’oca descrive il mancato incontro tra il secolo scorso e la generazione bruciata dal deserto degli anni ottanta. Non è a casaccio che De Luca abbia scelto come proprio interlocutore un adulto nato nel 1975 e non un ragazzo del duemila: un uomo con quattro decenni di vita che pone sì obiezioni esistenziali sul creato ma non sul creatore. Quella presenza dotata di parola che coglie lo scrittore di sorpresa ha un passato e per quanto ne sappiamo potrebbe cartesianamente essere un’allucinazione del genio maligno che lo ha creato in quell’istante preciso corredandolo di ricordi e pensieri. Ma quel figlio mai nato esiste proprio perché dovrebbe essere capace di dubitare del proprio vissuto. 

Padre e figlio sono tuneiadez, parassiti uno dell’altro, ricorda lo scrittore. La differenza sta nel fatto che il primo consuma il tempo che gli resta, il secondo ne è consumato perché è sospeso nel tempo e nei ricordi del padre.

Le obiezioni, le prese in giro, i rimbrotti dal figlio al genitore sono mossi da una prima a una persona seconda che è sia tu che voi: scervellati e incoscienti, con atteggiamento un tanto moralistico, sarebbero stati gli anni dell’esperienza dell’impossibile vissuti dai coetanei del padre. Rivoluzionari i metodi ma non il contenuto di riforme e pratiche di una “società di reciproci”, si difende il babbo. Ma è il noi generazionale del figlio ad essere assente. I figli vorrebbero parlare ma son muti, il dialogo prima o poi è destinato a ritornare soliloquio. Perché il padre che basta malapena a se stesso non chiede nulla al figlio? 

Due giorni prima dell’incontro olandese, una delle possibili risposte l’aveva fornita lo stesso Erri de Luca sul blog dell’omonima fondazione riflettendo sul racconto Martin Eden di Jack London:

“è la storia di ogni gioventù, che inizia allo stato brado e poi riceve la rivelazione del percorso da battere (…) Gli slanci che spingono a migliorarsi danno anche una mano a migliorare il mondo. Non importa come e dove va a sbattere la storia. Conta averci impiegato tutte le energie, averle spese ricevendo in cambio la sorpresa di sentirsele moltiplicate proprio dal loro totale dispendio”.

Eccola la generazione degli anni ottanta dissimile da quelle precedenti, antieconomica perché non ha investito in niente pur avendo dato tutta se stessa. Erri de Luca è certo del fatto che l’economia del futuro non sarà più quella dell’accumulo ma del risanamento e del ripartenza dalla terra con colossali investimenti. Al momento quell’orizzonte è quanto mai incerto, le nubi apocalittiche incombono fosche e i figli sono costretti a cannibalizzarsi tra di loro.

 


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