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Il dramma della Shoah e quello dei migranti

Non si arrestano le polemiche sull’iniziativa organizzata dal campo olandese di transito Westerbork a sostegno dei rifugiati



Tutto è iniziato qualche mese fa, quando il museo che commemora il campo di transito olandese Westerbork a Hooghale, da cui furono deportati oltre 100.000 persone verso i campi di concentramento dell’Europa orientale, ha annunciato di voler organizzare per il prossimo 15 e 16 giugno la “notte del rifugiato”, una lunga marcia notturna con partenza da Westerbork fino a Groningen. Immediatamente è scoppiata la polemica nella locale comunità ebraica: Ronny Naftaniel, vice-presidente del Dutch Central Jewish Board, ha osservato che l’organizzazione di tale evento implica un’analogia tra la situazione dei rifugiati e quella degli ebrei durante la Shoah.

Anche Lea van Coeverden, figlia di sopravvissuti, è molto critica nei confronti dell’iniziativa e ha deciso di non collaborare più con il museo: la drammaticità unica dell’Olocausto non può essere paragonata a nulla, neanche alla attuale situazione dei rifugiati. Dirk Mulder, direttore del museo di Westerbork, al contrario, rivendica la legittimità dell’evento proprio perché il campo è stato inaugurato dal governo olandese nel 1939 come una struttura per rifugiati ebrei tedeschi in transito. Naftaniel ha risposto a Mulder sostenendo che il padre, “rifugiato” a Westerbork, ha visto 93 treni partire dal sito con destinazione i campi di sterminio a Est a partire dalla metà del 1942.

Ricordiamo che assieme al campo di concentramento di Herzogenbusch (Kamp Vught) e al campo di Amersfoort, quello di Westerbork serviva come centro di raccolta di ebrei, zingari e donne della resistenza olandese in attesa di essere deportati. Il campo di Westerbork fu costruito nel 1939, poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, per radunare in un unico centro i 10.000 rifugiati ebrei entrati illegalmente in Olanda per sfuggire alle persecuzioni naziste. Inizialmente il luogo deputato doveva essere una zona boscosa nella regione Veluwe, scelta proprio per evitare qualsiasi contatto tra i rifugiati e la popolazione olandese. Dopo le proteste dei cittadini e l’intervento diretto della regina Wilhelmina – preoccupata dalla vicinanza del campo alla residenza reale – il governo optò per la cittadina di Westerbork, scontentando comunque la comunità locale. Nel volgere di pochi anni, da centro di accoglienza Westerbork si trasformò in un vero e proprio campo di concentramento: quando i nazisti invasero l’Olanda nel maggio del 1940, i rifugiati decisero di scappare nella provincia della Zeeland per poi raggiungere il Regno Unito. L’esodo finì ben prima di iniziare perchè i fuggitivi ebrei trovarono disintegrato il ponte sul fiume Ijssel e dovettero tornare indietro. Dopo la fine della guerra, Westerbork si trasformò in un campo di internamento per agenti SS e sospettati di collusione col regime nazista: poichè nel campo vivevano ancora 850 ebrei, la convivenza tra le due comunità non fu affatto pacifica. Nei primi quattro mesi si verificarono oltre 89 omicidi e morti sospette. A partire dal 1946 Westerbork si pose l’obiettivo di rieducare i prigionieri finchè il campo di internamento non fu definitivamente chiuso nel 1948. Da lì in poi, il campo divenne prima una base militare per le truppe coinvolte nelle Indie orientali olandesi e poi un alloggio temporaneo per i molucchi impiegati nel KILN (Royal Netherlands East Indies Army) contro i nazionalisti indonesiani.

Dopo la chiusura definitiva del campo, nella comunità ebraica scoppiò una polemica sull’opportunità di costruire un monumento commemorativo. Alla fine, il primo monumento nazionale, progettato da Ralph Prins, venne costruito e promosso dalla regina Juliana nel 1970.



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