di Massimiliano Sfregola

 

Jesse Klaver ha tra le mani le chiavi del futuro esecutivo: può dire si e dare vita in tempi brevi al Rutte III, insieme ai liberali di destra del VVD, a quelli di sinistra del D66 e ai cristianodemocratici CDA. Può dire no e costringere Mark Rutte a passare il testimone ai 6 deputati della formazione cristiano-sociale Christen Unie; giusto 6, appena un deputato oltre la fatidica soglia dei 75.

Bene per ottenere la fiducia, male per un esecutivo senza maggioranza al senato che punta a governare 5 anni. Mark Rutte questo lo sa bene e sa altrettanto bene quanto il dilemma “governare con la destra oppure no” stia lacerando i verdi: il ricordo della fine fatta dai laburisti, tornati a splendere dopo le elezioni del 2012 e ridotti all’irrilevanza cinque anni dopo, è storia di questi giorni. Troppe le analogie tra i due movimenti e tra i leader: Diederik Samsom, ex  Greenpeace, alle ultime elezioni riusci in una rimonta memorabile. Il personaggio piacque subito: giovane, bella presenza, sapeva gestire con disinvoltura un dibattito televisivo e con i suoi trascorsi da attivista era riuscito a scaldare il cuore anche dell’elettorato di sinistra meno incline a dare sostegno ai laburisti.

Ma 5 anni di governo con la destra hanno lacerato irrimediabilmente la sua immagine: il via libera alla riforma del mercato del lavoro che non ha frenato il lievitare dei contratti atipici, l’accordo con la Turchia sui rifugiati, l’erosione del welfare sono state solo alcune delle misure “mandate giù” dalla base laburista in cinque anni di governo “paars”. Si badi bene: mandate giù non significa approvate e digerite ma tollerate fino alla prima occasione buona per presentare il conto. Nel Groenlinks, la sorte toccata al Pvda, certamente il partito più vicino agli ambientalisti, fa tremare molti ma Jesse ha deciso comunque di rischiare: le trattative con il VVD proseguono e a giudicare dalla stampa olandese, sarebbero orientate a costruire un terreno comune “ambientalista” che possa lasciare le posizioni inconciliabili da parte (soprattutto quelle su rifugiati e welfare).

Dopo il più ampio successo elettorale di sempre per il Groenlinks, il giovane leader vuole raggiungere un altro primato: essere il primo a portare – 28 anni dopo la sua fondazione- i verdi al governo. Ma rischia di farlo ad un prezzo troppo alto per il suo movimento: ad Amsterdam e in diverse altre roccaforti rossoverde, l’ala movimentista, più legata alla tradizione comunitaria non ha mai apprezzato la svolta “socialdemocratica” o “verde senza aggettivi” impressa da Klaver quando, nel 2015, è diventato leader. Questi dirigenti locali e molti attivisti sono pronti alla rivolta qualora il Groenlinks entrasse nel Rutte III.

Il dibattito interno sull’eventuale partecipazione al governo con la destra del VVD, poi, è stata del tutto annullata: “Non sappiamo nulla della discussione: le trattative vengono condotte, per ora, da Klaver e dal suo entourage ristretto. Persino i deputati sono stati esclusi” dice un dirigente di Amsterdam che ha chiesto l’anonimato. Finita la festa, insomma, quella straordinaria dote di 14 deputati rischia di diventare per i verdi, un enorme problema. Mark Rutte, d’altronde, è riuscito a domare Wilders e a spazzare via i laburisti: saranno i verdi le prossime vittime?