di Massimiliano Sfregola

photo: screen photo FB/ComitesOlanda

Anche se in pochi lo sanno, gli italiani residenti all’estero hanno un loro ente di rappresentanza, i Comites (Comitati degli italiani all’estero), delle assemblee elettive che dovrebbero occuparsi dei problemi dei cittadini residenti fuori dai confini nazionali. Questa è già una notizia. L’altra è che ieri sono stati proclamati i consiglieri eletti nel nuovo Comitato: 12 membri, suddivisi per tre liste; con 4 seggi a lista. Che non sappiate nulla del Comites non è incredibile, se si pensa a quante persone hanno preso parte al voto: su circa 50mila residenti italiani in Olanda, iscritti all’Aire, pare abbiano optato per il voto in 900 (già, non si è elettori automaticamente ma è necessario esprimere un’opzione), ossia tra il 2% e il 3% degli aventi diritto. 

Ma cosa sono, esattamente, questi enti? “I Comites sono organismi rappresentativi della collettività italiana, eletti direttamente dai connazionali residenti all’estero in ciascuna circoscrizione consolare ove risiedono almeno tremila connazionali iscritti nell’elenco aggiornato di cui all’art. 5, comma 1, della Legge 459/2001”, recita la normativa che li ha istituiti.

Cosa siano, esattamente, cosa facciano e come riescano ad operare a cavallo di (almeno) due legislazioni i Comites, se siano enti utili o uno spreco di denaro; se favoriscano l’integrazione o la ghettizzazione degli italiani, rimane oggetto di dibattito. Tra pochi, anzi tra pochissimi: in Olanda, ad esempio, a giudicare dai numeri, le ultime elezioni per il rinnovo del “Consiglio di Quartiere” degli italiani nei Paesi Bassi sono sembrate, più che altro, elezioni di condominio.

Anzi: le elezioni di qualche scala di un condominio. E la scorsa elezione non era andata meglio: nel 2015, su 101 Comites attivi in 38 Paesi e su 3.747.341 italiani all’estero residenti, aveva votato appena il 3,75% degli elettori. Migliaia di consiglieri, insomma, rappresentano -ciascuno- giusto qualche decina di persone a testa.

A quelle elezioni, in Olanda, la situazione riuscì ad essere persino più tragicomica: si presentò una sola lista e su 30.434 elettori e i voti validi furono 347. Ossia, l’1,14%. Se sul piano legale non c’è nulla eccepire, il Comites avrebbe potuto operare anche se al voto condominiale avessero partecipato giusto due interni di una scala, sul piano della rappresentatività, negli ultimi 6 anni, a nome di chi ha parlato un’assemblea espressione di una sola lista, investita dell’incarico da poco più dell’1% dell’elettorato?

 

Il consiglio di quartiere (delocalizzato) fantasma

Le preferenze individuali di allora, sono state quasi tutte a due cifre: solo la capolista, Antonella Ciuffoletti, nel 2015 aveva superato le 100. Altre candidate e candidati – eletti (13 candidati per 12 seggi) oscillavano tra i 50 e gli 80.  Ernesto Pravisano e Luigi Barone, sono stati, rispettivamente presidente e vice presidente con 65 e 81 preferenze. Un po’ più degli interni di un condominio e un po’ meno di una scala.

Difficile dire di chi sia la colpa ma se un ente di rappresentanza non rappresenta allora viene meno la sua funzione principale: parte da premesse solenni, costa soldi pubblici -circa 10mila euro l’anno- ma di fatto, non parla a nome di nessuno.

Photo: Comites Olanda/pagina FB

Del Comites olandese che ha terminato ieri il mandato sappiamo poco: oltre gli striminziti verbali pubblicati sul sito, sappiamo che si sono riuniti ogni tanto, che hanno organizzato qualche evento e hanno la sede allo stesso indirizzo dell’ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) di Utrecht e che da tempo -da ben prima della pandemia- hanno un’attività social ridotta all’osso. Del loro operato, insomma, non è facile ricostruire attività o priorità di questi anni: come era una volta, gli ultimi arrivati devono fidarsi di chi sta in Olanda da più tempo.

 

Una carica pubblica o volontari di un’associazione caritatevole? La diaria, i rimborsi e la sede dell’ACLI.

I Comites, nonostante la posizione giuridica sui generis, sono enti di diritto pubblico italiano. E i suoi consiglieri, per quanto limitata sia la portata della loro azione, hanno comunque un collegamento con le ambasciate e con il Ministero degli Esteri italiano. Perché, allora, si definiscono volontari?

Un consigliere Comites e un volontario della parrocchia o della Croce Rossa, per capirsi, non sono nella stessa posizione: il primo viene eletto, non percepisce uno stipendio ma riceveva, comunque, (fino al 2020) una diaria. Per fare un paragone, un consigliere di zona del comune di Bologna, percepisce un gettone di 30e a seduta.

Un consigliere del Comites Olanda uscente, percepiva “un rimborso spese di viaggio, in base alle tariffe del mezzo di trasporto pubblico meno costoso. Inoltre viene riconosciuta una diaria di €15,00 per convocazioni varie, di €30,00 per le riunioni dell’esecutivo e di € 50,00 per le riunioni dell’Assemblea, salvo diversamente disposto dal Decreto dell’Ambasciata d’Italia nei Paesi Bassi. Le modifiche della diaria possono essere apportate una volta all’anno dall’Assemblea sulla base del Decreto sopra riportato”. Quindi, non solo rimborso: rimborso e diaria. Sarà poco, anzi è pochissimo, ma non è niente come dicono. Ed è più di quanto percepisce un consigliere di un ente territoriale italiano.

Nel 2019, si legge nel verbale 33 di gennaio 2020, la diaria è stata abolita. Magra consolazione perché da un verbale pubblicato a gennaio 2018, relativo al 2017, dei quasi 12mila euro -circa- spesi, €5.655,53 sono andati per il rimborso delle spese di viaggio e, appunto, per le diarie. In pratica, il Comites -nel 2017- ha speso metà del suo budget per copertura spese e diarie.

La sede dell’Acli ad Utrecht. E del Comites. photo/streetview

Se a questa somma aggiungessimo 3.024,00e spese per l’affitto della sede, si arriva a 2/3 del budget consumato dai costi. E qui la situazione diventa singolare: la sede che il Comites affitta dal 2017 è nei locali dell’associazione ACLI, ossia a 68km di distanza da Den Haag.

Il Comites in carica, in teoria, è il Comites dell’Aja. Perché -allora- stabilire la propria sede presso l’edificio di un’associazione a Utrecht?

Tra le innumerevoli opzioni possibili, gratuite o a pagamento, il Comitato decide di stabilire la propria sede legale presso un’associazione italiana ad Utrecht,. E non in un’associazione qualsiasi ma quella con cui diversi consiglieri Comites hanno stretti legami: da Roberto Paletta, consigliere-tesoriere Comites e Presidente proprio dell’associazione COI-ACLI di Utrecht, al consigliere per i Paesi Bassi al CGIE Andrea Mantione (il CGIE è un altro oscuro ente degli italiani all’estero: una sorta di “super Comites”, composto da un delegato per nazione dove esiste un Comitato, che discute direttamente con il ministero degli esteri italiano delle faccende degli italo-emigrati), già presidente del Patronato Acli; dalla ex consigliera Comites, Ciuffoletti, fino alla segretaria dell’ex Comitato e consigliera rieletta della lista Next, Paola Cimegotto, che presso l’ACLI organizza uno sportello di consulenza legale.

Comites uscente e ACLI, insomma, hanno avuto un rapporto talmente stretto che viene da chiedersi se la scelta di affittare uno spazio per organizzare le sedute dell’ente proprio nella sede dell’associazione, in presenza di alternative gratuite, sia stato opportuno. Con un budget limitato e sedute sporadiche, d’altronde, sarebbe questo un utilizzo virtuoso delle finanze pubbliche?

La domanda se l’è posta, evidentemente, anche l’ex Ambasciatore, Andrea Perugini, se in una riunione del 2020 ha ricordato la possibilità di mettere a disposizione gratuitamente sale dell’Ambasciata. Tuttavia, stando ai verbali, alla fine non se n’è fatto niente. E nei 4 anni di utilizzo, l’affitto della sala utilizzata dal Comites non solo è proseguito ma il costo è salito a 250e al mese.

 

La passione per l’impresa: l’Italia in Olanda aiuta le aziende a scappare dall’Italia  

Cosa c’entrano il Comitato per gli italiani all’estero e la comunità italiana di imprenditori? Sulla carta, tutto ciò che riguarda gli italiani all’estero può avere attinenza con il Comites. Ma quello uscente, in particolare, a giudicare dagli eventi organizzati e dai dibattiti delle assemblee guardava soprattutto alle aziende: come fare impresa in Olanda, workshop impresa, “Cardio marketing” (qualunque cosa voglia dire) e persino uno sugli imprenditori dell’horeca coprono la metà degli eventi organizzati.

Per il Comites, insomma, un imprenditore dell’horeca aveva più necessità di attenzione di un lavoratore italiano dello stesso settore. Un ruolo importante nelle attività del Comitato, a partire dal 2016, l’ha avuto Paolo Pavan, già presidente della Camera di Commercio italiana, del quale abbiamo parlato a proposito dei titoli di studio (probabilmente inventati) e di altre vicende riportate dalla stampa olandese: perché intavolare una collaborazione stretta proprio con Pavan, senza aver verificato il grado di competenza e di spessore professionale? L’enorme conoscenza comparata dei mercati italiano e olandese, oltre alle sue parole, da cosa altro è stata dedotta? Nessuno lo sa. E al riguardo, il Comites, ha mantenuto il silenzio assoluto.

Il Comites ha promosso un incontro con un “rimborso spese” di 100e a partecipante

“Come fare impresa in Olanda” mira a fornire agli imprenditori interessati le informazioni utili a investire nei Paesi Bassi, si legge nella descrizione dell’evento organizzato nel 2019 e citato. anche dal Messaggero Veneto.  Molto bene ma l’Olanda è un paradiso fiscale e un Comitato per gli italiani all’estero, ha tra i compiti istituzionali anche quelli di agevolare le imprese nazionali alla partenza?

Probabilmente no. In un verbale del 3 marzo 2018, Ernesto Pravisano, il presidente del Comites, chiedeva a Pavan: “se la fiscalità olandese sia motivo di attrattiva per il business”. E Pavan risponde che “l’Olanda aiuta molto non solo chi investe, ma soprattutto chi
viene a fare business. Nei prossimi 4 anni la fiscalità si abbasserà fino al 16-17% sulle aziende e l’Italia vede l’Olanda come un posto per internazionalizzare il proprio prodotto”. In realtà, sono solo alcuni imprenditori italiani a vedere la convenienza, grazie alla possibilità di pagare meno tasse nei Paesi Bassi. Di fatto, il Comites ha aiutato attivamente l’esodo di imprese organizzando incontri informativi. Tale attenzione per i lavoratori della logistica, per quelli dell’horeca, per quelli della cultura è marginale mentre emerge un altro conflitto di interessi: si possono sostenere i business dell’horeca e dei lavoratori dell’horeca allo stesso tempo? In questo caso, il Comites uscente ha mostrato di avere le idee chiare: il tema dei lavoratori dell’horeca è stato totalmente assente dalla loro attività.

Un altro evento per imprenditori dell’horeca, promosso dal Comites

Addirittura, Paolo Pavan insieme al presidente uscente Pravisano e al CGIE ha considerato la possibilità di creare dei voucher per ristoratori italiani, con i dipendenti in regola, per pagare i fornitori italiani. Il Comites, insomma, non voleva sostenere la parte più debole, i lavoratori, ma le aziende dell’horeca: “i voucher potrebbero essere usati dal fornitore italiano per pagare il debito d’imposta. Tutto questo avrebbe l’intento di generare un volano per l’export dei piccoli produttori italiani, riducendo il ricorso al lavoro in nero locale (Paesi Bassi)”. L’operazione non è andata in porto ma dimostra quali fossero le priorità.

Non contenti, all’inizio del 2021, la triade CGIE/COMITES/Camera di Commercio, avrebbe voluto agevolare l’export italiano, si legge sempre nei verbali, sviluppando insieme il progetto “Premio Qualità Etica Italiana” (nome da definire). “Sulla base di una valutazione a punteggio, un’azienda del settore Horeca verrà premiata con un voucher (idealmente del valore di 10.000 euro) da poter utilizzare in acquisto di beni strumentali da produttori italiani in Italia (e.g. prodotti DOP) […]L’iniziativa, presentata ed accolta con favore al CGIE, verrà presentata al Ministro nel 2021″. La pandemia, insomma, ha suggerito di offrire un vero e proprio reddito di cittadinanza agli imprenditori.

Un thumb up per l’attivismo (al rovescio) lo meritano ma la domanda da porsi è perché il Comites Olanda, ossia il Comitato di italiani in uno dei paesi più colpiti in Europa dalla piaga del riciclaggio internazionale e dell’elusione fiscale giochi con tanta disinvoltura con capitoli tanto delicati. E soprattutto, senza spirito critico: non abbiamo idea se Paolo Pavan abbia o meno inventato i suoi titoli di studio e non sappiamo se la sua esperienza sia reale o frutto della sua immaginazione ma ciò che dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque, è la facilità con cui il Comitato lo abbia coinvolto nelle sue attività.

Se al posto di Paolo Pavan e del titolo della sua tesi di dottorato copiato dal libro di un sociologo, si fosse avvicinato con una bella storia qualcuno, magari presentabile, del sottobosco che ha fatto guadagnare alla criminalità italiana in Olanda i titoli dei giornali, il Comites lo avrebbe saputo riconoscere? Viste le premesse, viene da pensare di no.

Per questo motivo, ma non solo per questo, non è chiaro cosa condividano la passione per le imprese e gli interessi degli italiani all’estero; come se agevolare la fuga delle imprese possa essere considerato un compito istituzionale di un ente all’estero.

 

Niente social: benvenuti nella verbalecrazia del Comites

 

Nell’ultima seduta, organizzata a sorpresa qualche giorno prima della fine delle operazioni elettorali, il Comitato ha deciso di convocarla comunque ma di non consentire presenza al pubblico. La versione ufficiale è che le regole Covid non lo consentono. Tuttavia, il presidente uscente Pravisano ha indicato anche un niet a diretta streaming o riprese individuali: a quella seduta sono state invitate le istituzioni italiane in Olanda  e i rappresentanti delle tre liste candidate (una, tuttavia, coincideva con l’esecutivo del Comites, che in pratica si è invitato all’incontro).

Il presidente ha indicato nei verbali la forma di pubblicità della seduta. Ma davvero? Perché quella seduta, disertata dai candidati di due liste su tre sia stata -sostanzialmente- una seduta segreta rimane un mistero.

Più in generale, al Comites uscente piace molto l’interazione diretta con i suoi (pochi) elettori e molto poco l’interazione con il resto della cittadinanza che dice di rappresentare. Quello che hanno costruito in questi anni è un sistema circolare, formalistico e chiuso all’esterno: il Comites uscente ha comunicato con le carte bollate e con pochi paragrafi di verbale eppure, come sancito nero su bianco dall’agenda digitale europea che vorrebbe più interazione anche con le agorà digitali, il profilo FB, quello Instagram e persino Tik-Tok dovrebbero essere strumenti per accorciare le distanze tra cittadini e politica.

Lo ha ripetuto anche la ministra della funzione pubblica  Fabiana Dadone eppure no, il Comites non se n’è accorto: una pagina FB poco seguita, con giusto qualche comunicazione istituzionale ricondivisa e foto dei (pochi) eventi organizzati e delle sedute, delle quali le ultime risalgono -tuttavia- al 17 maggio 2018. E da allora? Il Covid c’è stato a partire da un anno e mezzo dopo, quindi la scomparsa della comunicazione sui social non è da imputare alla pandemia. Forse per evitare polemiche, forse per disinteresse per chi li ignora -ma che loro, per legge, rappresentano comunque- il Comites fantasma si è dissolto del tutto da FB.

Anche in periodo di pandemia, il mezzo è stato usato saltuariamente e il Comitato non ha newsletter e non pubblica comunicati stampa. Come pesare qualità e quantità del loro operato, allora? Sulla fiducia, evidentemente.

In Olanda, 24 elettori per consigliere 

Il legame stretto con l’associazionismo della vecchia emigrazione (e in particolare con l’associazione ACLI) e l’interazione social nulla, che li ha tenuti -di fatto- lontani dai nuovi flussi migratori, hanno avuto una conseguenza visibile nel risultato delle elezioni del 3 dicembre: conti alla mano, 984 voti espressi con 41 candidati divisi per 3 liste, fa 24 elettori a consigliere. In termini percentuali, alle elezioni ha partecipato il 2,2% degli aventi diritto. Un disastro totale.

Eppure, la lista Next, che ha eletto tutti  uscenti del vecchio Comitato, esulta: “Tale risultato riconosce da un lato il lavoro svolto da chi ha fatto parte del Comites nell’ultimo quinquennio e dall’altro premia l’eperienza e le idee concrete che sono state centrali nella nostra visione per il futuro”. Annunciando il trionfo da un profilo FB con numero di followers a due cifre, la lista Next intravede nelle polemiche e nel clima emotivo le ragioni delle cifre condominiali raccolte da questa elezione.

Il presidente del CGIE, il “Comites dei Comites” è più onesto: “Nelle scorse settimane si è parlato di Waterloo, invece dalle prime notizie provenienti da seggi allestiti nei Consolati sembra profilarsi un cataclisma.” Con quali conseguenze ?  “Siamo al  D-day after della rappresentanza italiana”.

Forse, non andando a votare, gli immigrati italiani di oggi, hanno -semplicemente- rottamato i Comites, uno strumento pensato in un’altra epoca storica e messo in piedi a scoppio ritardato, nei primi 2000.

Per buona pace del Comites uscente che ha sabotato un confronto democratico, fatto liste di buoni e cattivi e ha sempre -categoricamente- evitato di affrontare gli aspetti più controversi della magra attività svolta in questi anni, forse queste assemblee hanno semplicemente concluso la loro missione (se mai ne abbiano, davvero, avuto una di ampio respiro).