Una tesi di dottorato in antropologia ha gettato notevole imbarazzo sulla polizia dei Paesi Bassi. Si tratta di “A public Anthropology of Policing: Law Enforcement and Migrants in the Netherlands”, ricerca condotta da Paul Mutsaers dell’Università di Tilburg in 15 città d’Olanda, seguendo e intervistando più di 80 agenti di pubblica sicurezza nel corso di quattro anni.

I risultati, discussi ieri, dipingono un ritratto a tinte fosche delle forze dell’ordine nazionali: secondo l’esperto, discriminazione razziale e arbitrarietà costituiscono la norma piuttosto che l’eccezione durante le operazioni di polizia. In parole povere i poliziotti, ai quali negli ultimi anni è stata riconosciuta una sempre più estesa “libertà professionale” a scapito di carte e regolamenti, utilizzano spesso e volentieri il profiling etnico (etnisch profileren) nel corso di indagini e pattugliamenti.

Il profileren, secondo la definizione della Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI), è l’uso da parte delle forze dell’ordine, senza giusta causa, di controlli basati su lingua, religione, etnia o nazionalità nel corso delle operazioni di sorveglianza. E nei Paesi Bassi, raccontano i dati raccolti negli anni da Paul Mutsaers è un dato di fatto, come del resto avevano già denunciato nel 2013 Amnesty International e Open Society Justice Initiative.

Nel paese dei mulini a vento controlli, fermi e arresti avvengono così in maniera maggiore nei confronti di soggetti appartenenti a minoranze etniche: in prevalenza Marocchini, Surinamesi e Turchi. Questione di probabilità, sembra essere la giustificazione più ricorrente, dato che le statistiche nazionali riportano un incidenza del crimine più alta all’interno dei suddetti gruppi sociali.

Mutsaers tuttavia, in un’intervista al Trouw, ha invertito i termini di paragone suggerendo che controlli focalizzati su determinati gruppi etnici potrebbero produrre statistiche distorte. Senza contare, poi, che ogni atto discriminatorio è incostituzionale (art.1) secondo la legislazione olandese. 

Lo studio ha scomodato persino il capo della poliziaGerard Bouman, che in un articolo uscito il 10 giugno su NRC Handelsblad si è visto costretto a denunciare pubblicamente le pratiche di profiling etnico; mentre fonti del quotidiano fanno sapere che a Tilburg, per un periodo prova di 6 mesi, verrà introdotto un formulario (stopformulieren) nel quale gli agenti dovranno riportare il motivo di ogni fermo effettuato e la nazionalità di ogni fermato.

Certo è che la situazione deve essere affrontata tempestivamente. Anche perché ignorare il problema, e lo ricordano oggi più che mai le notizie provenienti dagli Stati Uniti, potrebbe portare conseguenze spiacevoli.

Paolo Rosi e Alessandro Pirovano