di Massimiliano Sfregola

 

 

Wikipedia definisce le fake news:  yellow journalism or propaganda that consists of deliberate misinformation or hoaxes spread via traditional print and broadcast news media or online social media.[1][2] 

In breve una fake news è una notizia fabbricata ad arte e basata su fatti non veritieri volti ad alterare nei lettori la percezione della realtà. Oltre alle definizioni scolastiche, però, non è semplicissimo identificare una “fake news”: certo, quando i fatti narrati non hanno riscontro alcuno oppure quando una teoria complottista diventa la base dietro un ragionamento, allora il lavoro è semplice.

Come si fa, al contrario, a valutare un servizio giornalistico con intento manipolatorio oppure che distorce la realtà? Non è un’operazione facile per gli operatori del settore, figuriamoci per chi commenta da profano.

Prendiamo il caso del nostro servizio sul 30% regeling: abbiamo ricevuto diverse critiche, alcuni utenti ci hanno scritto in privato insultandoci, minacciandoci e qualcuno ci ha informato di aver segnalato per “fake news” il video.

Qualcun altro ci ha accusato, addirittura, di aver prodotto una “fake news populista”: ma cosa c’è di fake news e cosa di populista nel nostro video?

 

Analizziamo la struttura: cosa volevamo comunicare noi di 31mag? In primis eravamo interessati a capire. Cosi in apertura abbiamo inserito il testo “The government will reduce  from 8 to 5 years the 30%” e nel testo successivo: but a group of expats is not very happy about it.

Cosa c’è di fake? Stando ai commenti avremmo omesso il dettaglio che il gruppo di expat protesta contro la retroattività e non contro le scelte sovrane del governo. Ma è proprio cosi?

Stando al commento sotto, uno dei tanti, raccolto sulla bacheca della nostra pagina, gli expat -non essendo un’entità “unica” hanno diverse motivazioni che muovono la loro protesta.

Se il manifesto firmato da un gruppo organizzato di espatriati chiede solo di introdurre la modifica per i nuovi, lasciando stare gli altri, questo gruppo non esaurisce, evidentemente, tutte le opinioni. Se ci fossimo riferiti a quel gruppo, certamente, sarebbe stata una mancanza (non una fake news) non indicare la protesta contro la retroattività ma noi la questione della retroattività l’abbiamo citata eccome.

Basta guardare il video fino alla fine:

Noi, naturalmente, guardiamo alla questione su scala più ampia di un comitato che si è auto-attribuito la rappresentanza di tutti gli expat del 30%: sostenere, quindi, che alcuni expat non sono contenti delle modifiche e altri sostengono il danno finanziario non è in alcuna misura una fake news. E’ tutto vero anche se a molti non piace sentirlo.

 

Perchè “solo una voce”?

Abbiamo scelto un codice narrativo che rispondesse alla nostra linea editoriale: noi non siamo mai stati un portale per expat ma una testata che cerca di guardare a questioni di più ampio respiro e soprattutto cerca di farlo guardando anche il punto di vista olandese.

Dato che la narrazione sul 30% in inglese è stata monopolizzata dalla protesta degli expat abbiamo pensato di sentire perchè la maggioranza del parlamento è a favore e abbiamo pensato di chiederlo ad uno dei partiti maggiormente contrari a questa misura il perchè.

La nostra storia, quindi, è l’Olanda che non vuole il 30% non gli expat che lo vogliono (e non vogliono perderelo retroattivamente). In questo senso, l’esperto ci ha offerto il contesto e noi abbiamo rivolto alla parlamentare le questioni sollevate dagli expat, senza aggiungere nulla.

Si poteva fare altrimenti? E’ possibile. Ma a patto si rispetti un equilibrio nelle posizioni, e questo equilibrio non crediamo manchi, nessuno è obbligato ad offrire “pari tribuna” alle parti: è la nostra storia, è la nostra linea editoriale e il giornalismo funziona cosi.

Perchè gli “expat” ce l’hanno con noi allora?

Siamo accusati di operare “censura”, il nostro video è stato segnalato come “fake news” e da uno degli animatori del gruppo c’è stata offerta un’intervista “riparatrice” in cambio della rimozione del video. Nella mia carriera giornalista mi è capitato solo in ambito musicale di “negoziare contenuti”; nel giornalismo tout court, al contrario, non si tratta. Se un lettore e sottoscrittore venisse a sapere che il contenuto è stato alterato da una parte per compiacere la brama di visibilità per la loro causa farebbe bene ad indignarsi.

Abbiamo si, deciso di rimuovere tutti quei messaggi che, con insulti e accuse false, potevano costitutire un’ipotesi di reato. Sovente alcuni utenti non hanno pieno controllo sul mezzo informatico e la protezione offerta da internet, fa spesso perdere il lume della ragione ad alcuni.

Molti hanno cercato di “sabotarci” con feedback negativi, altri accusandoci di “clickabait” (per la cronaca: non abbiamo pubblicità quindi che guardiate o meno i nostri video oppure condividiate le nostre storie è del tutto irrilevante per noi)

Si tratta di pochi casi isolati che mostrano, tuttavia, la violenza passiva aggressiva di questi tempi: la reazione infantile di fronte ad un’opinione avversa e la scarsa comprensione del mezzo mediatico sono oggi costanti dell’informazione veicolata sul web.

Il problema principale è sempre lo stesso: Facebook tende a polarizzare le opinioni e quella sensazione di vicinanza senza sfumature, offerta dai gruppi, produce una “logica da branco” virtuale amplificata dalla -quasi- certezza di non dover rispondere di quanto si scrive. Proprio chi invoca la pluralità nelle opinioni supporta solo posizioni autoreferenziali: i 30% sono, a nostro avviso, uniti dal terrore di perdere un privilegio economico. E come loro hanno diritto di gridare all'”invidia sociale” (è un’opinione ed è lecita) noi abbiamo diritto di raccontare una storia con il taglio che crediamo. La stampa libera funziona cosi.

Non è un caso che le accuse di “fake news” non siano state supportate da “prove”: il risultato? Facebook non ha toccato il nostro video e a parte minacce e sabotaggi, la reazione violenta di qualche scalmanato non ha fatto altro che convincerci che la nostra posizione ha un fondamento.

La rabbia e la frustrazione di molti, spesso si scarica sulla stampa per un solo torto: pensare in autonomia.

Sapevamo bene che la nostra prospettiva avrebbe attirato critiche ed eravamo preparati anche al “linciaggio virtuale”; dal canto nostro, non ci faremo intimidire da messaggi di odio pubblici e privati ma soprattutto continueremo a pubblicare ciò che riteniamo giusto.

E per chi se la sentisse di discutere con noi di persona, siamo in redazione due volte a settimana. Siete tutti benvenuti, sostenitori ed haters.