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Identità in macerie, la speculazione vince la battaglia del Teatro di Tirana

di Viola Zuliani

Author pic: Leeturtle Source: Wikipedia  License: CC 4.0

 

Da qualche anno, l’Albania è uno dei Paesi del sud-est dell’Europa ad aver accelerato maggiormente il processo di modernizzazione ed è uno dei candidati all’ingresso nell’Unione più considerati da Bruxelles. Che sia per l’economia dinamica o per la bassa tassazione, spesso agevolati da problemi endemici di corruzione e riciclaggio di denaro, sembra che agli investitori l’Albania piaccia.

Un simbolo della cultura albanese (e italiana) che non c’è più

E il governo ricambia, lasciando fare loro un po’ quello che vogliono. Come nel caso del Teatro Nazionale di Tirana, abbattuto domenica scorsa dopo 27 mesi di occupazione da parte di attori, intellettuali, e attivisti albanesi che volevano preservare un importante pezzo di storia loro e nostra: già perchè il Teatri Kombëtar era uno degli unici esempi di architettura razionalista italiana rimasti in Albania. Nulla di cui andare fieri, sia chiaro, ma l’edificio (o le macerie che ne restano) costruito nel 1939 durante l’occupazione di Mussolini, dall’architetto Giulio Bertè, era anche una parte integrante del paesaggio urbano della capitale.

Già da tempo si discuteva sulla necessità di costruire una nuova struttura e, nel 2018, è stato presentato il progetto per il nuovo teatro, il quale ha lasciato perplessa l’opinione pubblica albanese. Il nuovo disegno, infatti, non prevede solo una costruzione ultramoderna ma un grande complesso dello stesso stile che include grattacieli e un centro commerciale. Il lavoro è stato fin dall’inizio commissionato ad un’impresa ben conosciuta a Tirana, la quale aveva già ottenuto diversi appalti per nuove costruzioni in città.

“È inaccettabile che uno spazio pubblico, che oltretutto è un edificio storico importante per la nostra cultura e parte del paesaggio di Tirana, venga distrutto con il solo scopo di farne costruire un altro ad un privato che ne trarrà profitto”, racconta a 31mag Nebih, urban planner e attivista albanese che ha preso parte alle proteste, lasciando intendere i forti dubbi di speculazione edilizia che stanno dietro a questo progetto milionario. “Ci sono molte cose avrebbero potuto fare, ad esempio costruire un nuovo teatro e lasciare questo dov’è, come edificio storico”. 

Dall’occupazione del 2018 allo sgombero e l’abbattimento del Teatro

Nel 2018 l’edificio della discordia è stato occupato e dopo due anni di proteste ecco l’epilogo all’alba di domenica 17 maggio: la polizia ha fatto irruzione e il governo, giocando sull’effetto sorpresa, ha bruciato la possibilità agli attivisti di organizzarsi, demolendo in tutta fretta lo stabile.

“È stato un atto barbarico”, ci dice Nebih, “ il piccolo gruppo che stava passando lì la notte per proteggere il teatro è stato colto di sorpresa.” Ervin Goci, professore di comunicazione all’università di Tirana e da anni attivista, si trovava proprio lì nella notte fra sabato e domenica: ”Tutto è successo in dieci minuti, il primo colpo al teatro è stato dato quando la gente era ancora dentro” racconta a 31Mag, “sono arrivate polizia e forze speciali minacciandoci con armi da assalto e caricandole davanti a noi, ma nessuno era armato, non c’era caos. É stata una cosa indescrivibile” continua il docente, “una dimostrazione di terrore e di forza, testimoniando il fatto che l’Albania sia guidata da un regime”. 

fonte: istituzione del Controllo dello Stato (Kontrolli i Larte i Shtetit)

Secondo il professore, la demolizione è avvenuta in fretta appositamente per evitare l’arrivo di altri attivisti, permettendo, quindi, alle ruspe di agire indisturbate. Secondo il docente, inoltre, membri dei partiti dell’opposizione che si trovavano anch’essi all’interno dell’edificio in segno di solidarietà verso i dimostranti, l’avrebbero poi abbandonato 15 minuti prima dell’inizio della demolizione. L’opinione comune tra gli attivisti è che le forze politiche fossero d’accordo con la decisione del governo.

La privatizzazione della capitale albanese a suon di demolizioni

Senza dubbio, il teatro di Tirana era un monumento di grande importanza per la società albanese, così diversificata a livello religioso e così appiattita da una dittatura durata 44 anni. Il teatro rappresentava un patrimonio comune, un monumento storico che, cinica ironia della storia, è sopravvissuto a 44 anni di comunismo ma è stato spazzato via da un governo democratico. “Hanno cancellato cent’anni di storia in un attimo.”, afferma Ervin Goci.

Ma la distruzione di un monumento così amato è solo la punta dell’iceberg. Si può definire questa demolizione come la goccia che ha fatto traboccare il vaso in una nazione in cui le contraddizioni si fanno ogni giorno più grandi ed insostenibili. La politica del governo negli ultimi anni è stata quella di privatizzare al massimo il Paese ed, in particolare, la città di Tirana, abbattendo edifici storici ma anche cambiando destinazione a diversi spazi pubblici.

Un altro edificio razionalista italiano di eredità fascista, lo stadio di Tirana, è stato abbattutto nel 2016 per far posto ad un progetto milionario commissionato ad un privato, grazie alla legge sulle concessioni approvata nel 2013, la Public Private Partnership. La popolazione ha visto, in questa decisione del premier Edi Rama, un atto arbitrario e autoritario, aggravato dal fatto che, questa volta, l’edificio in oggetto fosse così importante per la popolazione, poiché considerato parte integrante della cultura albanese. 

Come ci racconta l’attivista Redi Muçi di Organizata Politike: “l’abbattimento del teatro ha colpito nel vivo la popolazione che, dapprima, si è vista strappare luoghi pubblici e ora vede anche abbattuti i suoi monumenti, importanti per l’identità della città”.