The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

Identità, creatività e tagli alle sovvenzioni: nelle Fiandre è conflitto culturale



Una striscia gialla sulle foto profilo di molti utenti Facebook si è aggiunta, da qualche tempo, ai filtri a sostegno di cause socialmente rilevanti. Quella striscia gialla, spoglia, con appena due hashtag è il grido di allarme della comunità artistica fiamminga, il tentativo degli artisti di portare all’attenzione globale il conflitto culturale in corso in Belgio.

Già, perché le Fiandre, il versante di lingua olandese del Belgio, è uno dei lembi d’Europa dove la cultura (tradizionale e non) riceve in assoluto più sovvenzioni pubbliche. Ma da novembre qualcosa è cambiato. Le politiche culturali governate dai principi di sussidiarietà e complementarietà che avevano contraddistinto la regione dagli anni ‘60, portando ad un aumento considerevole del budget per la cultura negli anni 2000, sono state spazzate via dal governo di centro-destra in carica da ottobre. Guidato dalla formazione indipendentista N-VA ha deciso con un’inversione di marcia di tagliare i fondi a partire da Gennaio 2020, con un’operazione senza precedenti: -3% dei sussidi alle maggiori istituzioni d’arte, -6% alle istituzioni culturali per coprire costi operativi, -60% ai progetti individuali degli artisti. Quest’ultima decisione, soprattutto, è stata un terremoto nel mondo artistico indipendente.

 

Fiandre vs. Fiandre


Katleen Vermeir e Ronny Heiremans – artisti inseriti nella piattaforma Jubilee e impegnati in SOTA, un collettivo autonomo che si batte per migliorare lo statuto delle arti – sono categorici: “L’attuale governo tiene conto dell’ascesa dell’estrema destra del Vlaams Belang, che alle ultime elezioni è risorto dall’oblio, influenzando pesantemente le politiche dell’attuale maggioranza”. Nei tagli alla cultura si sente, dunque, la pressione dei sovranisti fiamminghi, alleati della Lega di Salvini, un partito di estrema destra che alle elezioni politiche di maggio ha moltiplicato i voti. Sostenuti dalla piccola imprenditoria agricola della provincia e acerrimi nemici degli “intellettuali di sinistra” hanno fatto sentire il fiato sul collo al partito di maggioranza relativa, l’N-VA, una formazione indipendentista più moderata, che esprime il Presidente del consiglio fiammingo Jan Jambon, anche ministro della Cultura.


“Questo approccio al settore artistico e sociale, non solo mostra la poca importanza che il governo attribuisce alla cultura, ma sancisce anche una grande rottura con la storia delle politiche culturali fiamminghe in cui l’autonomia dell’arte è stata per lungo tempo un pilastro e un fattore di crescita fondamentale”, dice a 31mag Wouter Hillaert, giornalista e attivista dell’associazione Hart boven Hard. Ciò si porta dietro due conseguenze: da un lato la sottomissione della politica all’economia, dall’altro lato, una scelta ideologica precisa che si riassume nel semplice dare più soldi a ciò che ottiene più successo. Ignorando la qualità.

C’è di più: la volontà di costruire un’identità fiamminga basata sull’eredità artistica del passato, è un tentativo, tra l’altro poco celato, di utilizzare la cultura per riscrivere la storia. E di utilizzare la cultura come bene per attirare il turismo di massa: un focus sull’arte fiamminga del passato è un brand ben spendibile. A questo punto viene da chiedersi se la marginalizzazione di un settore notoriamente più debole degli altri sia frutto di scarsa conoscenza oppure degli stereotipi che lo circondano o se, invece, si tratti di un obiettivo politico consapevole. “Il panorama artistico delle Fiandre è un vero e proprio microcosmo di interconnessioni e contatti, un ecosistema complesso dove l’eccellenza della scena è dovuta a queste relazioni”, spiega Ronny Heiremans, artista di base a Bruxelles. “Non si può  promuovere l’eccellenza senza conoscere la struttura che sorregge il sistema culturale delle Fiandre e tutta la piramide con le interazioni tra i vari livelli che la caratterizzano: il rischio è di distruggere una fragile fabbrica socio-culturale.” D’altronde il centro-destra al governo e l’estrema destra all’opposizione non fanno nulla per sgomberare il campo da sospetti che i tagli siano una “ritorsione” verso quel settore della cultura da sempre globalista e critico con il nazionalismo esasperato di porzioni importanti della società fiamminga.

 

Populismo artistico

“Vogliono usare l’arte come mezzo per promuovere l’identità nazionale, per creare inclusione e muovere l’economia. Dicono ‘inclusione’ ma in realtà intendono ‘assimilazione’ ”, prosegue Hillaert. Infatti, in un clima di chiusura al dialogo, l’unico varco resta proprio quello dell’assimilazione identitaria: è possibile produrre cultura come artisti o come istituzioni d’arte medio-piccole ricevendo sussidi dal governo ma solo a patto di promuovere l’identità fiamminga, soprattutto all’estero.
I tagli al budget non sono, com’è immaginabile, i primi in assoluto; già negli anni passati, i sussidi alla cultura, che dal 2000 al 2009 erano stati quasi raddoppiati, avevano subito delle decurtazioni dovute alla crisi finanziaria, ma quel -60% ai fondi per gli artisti indipendenti sembra proprio “un decreto contro singoli o contro istituzioni indipendenti”, dice ancora Hillaert. Con questa misura, solo il 40% del budget originario resta disponibile e, com’è intuibile, non basterebbe a coprire le necessità di tutti progetti risultati meritevoli.. Non solo: da Gennaio 2020 vi saranno tagli anche al welfare, così il Flemish Journalism Fund e il Media Academy saranno abolite; le organizzazioni etnico-culturali potranno sopravvivere qualche anno ancora, salvate in extremis da un emendamento dell’opposizione. Quelli in corso, insomma, sembrerebbero un vero e proprio tentativo di mutare forzatamente le dinamiche socio-culturali del paese facendo leva sulla popolarità odierna di provvedimenti contro alcuni settori della società che nella retorica dominante vivrebbero sulle “spalle dei contribuenti”.

Il mondo della cultura fiammingo è sulle barricate e nonostante le difficoltà, gli artisti cercano di costruire un fronte unico: “ ‘più siamo, più siamo forti’: pensare al proprio tornaconto personale non giova, connettere le persone tra loro è l’interesse primario”, spiega Hillaert.

di Livia Corbelli






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