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ICTY

ICTY, 24 anni per scrivere la storia dell’ultimo conflitto europeo del ‘900

Alla sbarra sono passati i protagonisti del periodo della sanguinosa transizione dal comunismo all'attuale assetto nello scacchiere europeo



Fondato all’Aja nel 1993, con risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia è il primo organismo delle Nazioni Unite specificamente dedicato ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità e il primo tribunale internazionale, dopo quelli di Norimberga e di Tokyo istituiti nel dopoguerra. L’obiettivo dichiarato del Tribunale è quello di permettere alle vittime delle atrocità di testimoniare la propria esperienza e di ottenere giustizia; non solo: individuando e assicurando alla giustizia i colpevoli di tali crimini, impedisce che intere popolazioni o comunità siano bollate come colpevoli.

Il focus dell’attività di questa corte sono i massacri inter-etnici nei territori di Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Kosovo e Macedonia che hanno colpito soprattutto la popolazione musulmana bosniaca. Tra le atrocità patite dalla popolazione civile, lo stupro di massa è stato giudicato un crimine contro l’umanità proprio dal Tribunale dell’Aja, in seguito alle violenze subite dalle donne dopo la presa della città di Foca. Qui le milizie serbe separarono gli uomini dalle donne e su quest’ultime, soprattutto su chi tentava di opporsi, furono riversate le peggiori violenze: venivano terrorizzate e a volte anche picchiate, in molti casi violentate. Le violenze sessuali contro le donne, furono trasformate in una strategia precisa, coordinata e pianificata tanto da divenire una vera e propria tattica militare.

Alla sbarra sono passati i protagonisti del periodo della sanguinosa transizione dal comunismo all’attuale assetto nello scacchiere europeo:  Goran Hadžić, Ratko Mladić, Vojislav Šešelj e, per l’appunto, Radovan Karadžić. Dopo la morte di Milosevic, Karadžić e Mladić rimangono le due figure di più alto profilo dei drammatici eventi balcanici, legate a vicende come l’assedio di Sarajevo, la distruzione del ponte di Mostar e la tristemente celebre “pulizia etnica” di Srebrenica.

I Paesi Bassi non sono però solo la sede dell’ICTY: sulle spalle dello Stato olandese pesa l’accusa di omissione di soccorso proprio nel massacro di Srebrenica. Con i 600 soldati Onu, infatti, a presidio della città nel luglio 1995 erano schierate anche le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II e III, che non avrebbero fatto nulla per impedire la strage: più di 8000 morti, in maggioranza uomini tra i 14 e 78 anni, uccisi e gettati in fosse comuni da cui continuano a emergere cadaveri; all’anno scorso sono stati identificate quasi 7000 salme. Le dinamiche non sono ancora state chiarite completamente, ma pare che le truppe di peacekeeping non fossero adeguatamente equipaggiate per fronteggiare i serbi che minacciavano anche loro di massacro. Nel 1996 il governo olandese ha aperto un’inchiesta i cui risultati, presentati nel 2002, hanno portato alle dimissioni del generale Van Baal e dell’intero governo Kok, che ha ammesso le responsabilità. Il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja ha condannato lo Stato a risarcire i familiari delle vittime.

I casi ancora pendenti, inclusi gli appelli, verranno gestiti dall’ International Residual Mechanism for Criminal Tribunals (IRMC) un’istituzione creata apposta dall’ONU per gestire i lavori conclusivi dei tribunali internazionali e mantenere il materiale d’archivio.



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