The Netherlands, an outsider's view.

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di Nicolò di Bernardo

 

Sabato 27 ottobre il Burundi è diventato a tutti gli effetti la prima nazione a lasciare la Corte Penale Internazionale. Il presidente Nkurunziza aveva di recente ottenuto il consenso parlamentare per l’uscita dalla Corte, dopo un primo tentativo fallito lo scorso febbraio. “L’esito del voto rappresenta una grande vittoria per il Burundi, che così ha difeso la propria sovranità e l’orgoglio nazionale” ha dichiarato il portavoce del presidente Willy Nyamitwe, che ha accusato la Corte Penale Internazionale di essere “uno strumento politico e un’arma dell’occidente usata per tenerci schiavi”.

Il tribunale internazionale, fondato nel 2002 e con sede a Den Haag, ha la funzione di perseguire i responsabili di genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità all’interno di nazioni che non possono o non vogliono intervenire con misure adeguate. Non tutti i membri delle Nazioni Unite hanno ratificato l’accordo (tra i grandi assenti gli Stati Uniti, la Russia e la Cina), in molti hanno minacciato l’addio ma fino ad ora nessuno dei paesi aderenti era mai uscito dal tribunale.

Ce l’ha fatta Nkurunziza, creando un pericoloso precedente. Secondo Sidi Kaba, Presidente dell’Assemblea degli Stati Membri, il ritiro del Burundi sarebbe invece “un passo indietro per la lotta all’impunità e per i nostri tentativi di dare al nostro statuto un valore universale”. In un comunicato stampa il Presidente dell’Assemblea si è detto preoccupato e ha ricordato che tutti gli stati membri hanno l’opportunità di esprimere le proprie perplessità in ogni momento, invitando l’amministrazione ad instaurare un dialogo.

Un invito che raccoglierà difficilmente l’entusiasmo del governo di Bujumbura. Secondo Matt Cannock, responsabile della giustizia per Amnesty International, quello del presidente Nkurunziza non è altro che “un cinico tentativo di sottrarsi alla giustizia” e di non rispondere dei crimini per cui era stato chiamato in causa da tempo.

Già nel 2015 il governo di Nkurunziza era stato accusato di violenze nei confronti dei suoi oppositori politici, in sollevazione dopo che il presidente aveva annunciato la propria candidatura e violato il limite costituzionale dei due mandati.
Un’indagine delle Nazioni Unite aveva richiesto l’intervento della Corte Penale Internazionale, fornendo un elenco dettagliato delle uccisioni, torture e violenze sistematiche commesse da milizie irregolari, dalle forze di polizia e dai servizi segreti di Bujumbura.

Secondo Cannock, il ritiro del Burundi dalla Corte Penale non consentirà al suo governo di sottrarsi alle responsabilità. “La Corte può continuare le sue indagini preliminari a prescindere dai tentativi del Burundi di ostacolarle” ha scritto in un comunicato stampa. “Anche se il governo non collaborerà, ci sono ancora modi e mezzi per trovare e perseguire chi è colpevole”.

Nel frattempo i governi di Sud Africa, Gambia, Kenya e Uganda si sono detti intenzionati a seguire le orme del Burundi, senza aver però ancora preso decisioni concrete. Solo la Zambia ci ha provato con delle consultazioni pubbliche, finite con il 93% dei votanti favorevoli a rimanere all’interno della giurisdizione del tribunale.






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