Quasi un anno fa l’ambasciatore della repubblica Vanuatu all’UE, John Licht, ha proposto all’ICC di rendere l’ecocidio un crimine. La proposta è ancora in fase di discussione a livello internazionale

Vanuatu è una piccola isola nel Pacifico. Una di quelle che pesantemente minacciate dall‘innalzamento dei mari.

A causare l’innalzamento dei mari e in generale il cambiamento climatico sono attività come la combustione degli idrocarburi che non si svolgono in isole del Pacifico. In altre parole, alcuni luoghi del mondo risentono gli effetti ambientali di attività economiche svolte altrove.

Su questa premessa si basa la richiesta di legiferare sull’ecocidio: chi procura danni all’ambiente deve in qualche modo ripagarli.

Come  rendere l’ecocidio un reato internazionale? E poi: farlo può servire?

Per rendere effettiva quella che Licht definisce “un’idea radicale ma necessaria”, bisognerebbe emendare il Trattato di Roma che ha istituito l’ICC. Infatti, al momento la Corte Penale Internazionale si può esprimere solo su quattro tipi di reati: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione immotivata a un altro Stato. La corte può imputare l’ ecocidio (letteralmente: “omicidio della natura”) a uno Stato solo nel contesto di uno dei quattro crimini sopracitati.

Soprattutto, la Corte non può giudicare i disastri ambientali compiuti in tempo di pace. Quindi, la situazione attuale dal punto di vista giuridico è abbastanza incompleta. Ogni singolo Stato ha le sue norme in materia di diritto ambientale, del tutto insufficienti secondo i promotori delle campagne contro l’ecocidio. Essi sostengono la necessità di una legge globale.

Se l’ecocidio rientrasse nella giurisdizione dell’ICC, non si tratterebbe delle solite sanzioni internazionali, vaghe e senza meccanismo punitivo. Al contrario, gli imputati per ecocidio sarebbero immediatamente perseguibili. Esattamente come accade per i criminali di guerra, si potrebbero  arrestare e imprigionare.

Secondo Jojo Metha, fondatrice della campagna Stop Ecocide e intervistata dalla BBC, includere il reato nel Trattato di Roma avrebbe anche un altro scopo. “Cambierebbe la percezione pubblica della questione: le persone si renderebbero conto che la distruzione dell’ambiente è un problema serio. Renderlo un crimine alzerebbe l’asticella morale.”

Oggi è possibile chiedere – e ottenere – dai governi un permesso per praticare fracking, scavi petroliferi o per costruire una miniera. “Invece chiedere un permesso per commettere un genocidio è impensabile: è ritenuto un atto criminale”.

A sostenere la causa molti governi e parlamentari. In Francia Macron vuole incorporare il reato nella legislazione nazionale. In Belgio e in Svezia alcuni gruppi parlamentari ecologisti hanno fatto la stessa proposta.

Per il momento l’ICC già persegue, nei limiti, vari casi che riguardano la protezione ambientale. La corte è sempre più orientata ad accettare casi che includono i danni ambientali o il land grabbing.

Istituire il reato di ecocidio nello statuto dell’ICC, tuttavia, non equivale a sradicare la devastazione ambientale.  Ad esempio l’ICC persegue solo singoli individui, non può giudicare multinazionali. Nella pratica, secondo l’opinione di molti giuristi, questo complica le cose: come si stabilisce l’individuo responsabile? Come si raccolgono le prove?

Tutto è ancora da discutere, intanto attiviste e attivisti di Stop Ecocide preparano un testo di legge da sottoporre alla corte internazionale. Due terzi degli Stati firmatari dovranno approvarlo. Nell’assemblea nessuno Stato ha potere di veto e ogni voto pesa allo stesso modo. Secondo gli esperti, il processo durerà dai tre ai sette anni.  Sperando che il pianeta non si distrugga troppo in fretta.