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CULTURE

“I See That I See What You Don’t See”: giorno e notte hanno ancora un senso nelle nostre vite?

Da Milano a Rotterdam i designer olandesi lanciano la propria sfida

L’Olanda è uno dei paesi più “illuminati” al mondo. La sua produttività economica – dipendente da dati, tecnologia ed energia – si basa su un ciclo continuo che non vede distinzione tra giorno e notte.

Ciò ha modificato i nostri ritmi naturali scanditi invece dall’alternarsi di luce e oscurità: in un mondo che è sempre attivo, la tradizionale contrapposizione tra giorno e notte non sembra più essere così importante, mentre l’esperienza di potersi godere un cielo stellato è sempre più rara. 

I See That I See What You Don’t See, il progetto olandese in mostra alla XXII Triennale di Milano fino al prossimo settembre, intende indagare le complesse relazioni tra luce e buio, tra vedere e non vedere: un punto di partenza da cui partire poi per un’esplorazione dei loro effetti contrastanti sugli esseri umani, la Terra e gli altri organismi. 

Oggi i confini tra natura, ecologia, tecnologia e cultura sono sempre più labili nell’ambiente iperconnesso e controllato in cui viviamo. Soglie che a ben guardare sono frutto di un continuo atto di progettazione. E se il design – lancia la sfida il collettivo – fosse sia la causa che la cura alla malattia del nostro tempo? 

All’interno del più ampio percorso Broken Nature: Design Takes on Human Survival, designer, artisti e ricercatori olandesi hanno lavorato ad un’immagine stratificata di ciò che intendiamo con buio. Ricerche, film, performance e suoni formano insieme un meccanismo che mostra come vediamo e progettiamo il nostro ambiente e come potremmo ridisegnarlo.

In questo contesto importante è la relazione tra la possibilità di vedere e le forme di oppressione ed emancipazione. La luce non è più legata a un’idea di saggezza e di conoscenza, ma a ciò che rimane nascosto in un eccesso di luminosità: privazione e sovraesposizione provocano effetti diversi così come l’influenza delle radiazioni sui comportamenti umani e non umani; reazioni a catena provoca anche la luce che viene continuamente manipolata per le colture e la produzione dei fiori.

È così che attraverso progetti che stabiliscono incroci tra design, biologia, scienza forense, cosmologia e attivismo, i progettisti olandesi vogliono sfidare il dominio del mercato. Affilando la nostra percezione, affetta da una perenne sindrome da performance, il progetto mira a costruire un design che restituisca il giusto spazio a una politica e a un’etica della cultura.

Rifondare il design significa ripensarlo come una pratica che problematizza i modi convenzionali di abitare il mondo fondato sul controllo umano e lo sfruttamento di altri corpi. Come già si sta sperimentando al Het Nieuwe Instituut di Rotterdam, ciò si potrebbe estendere a molti altri ambiti quali l’automazione, i materiali e la datafication. 

Oltre alla mostra al Palazzo dell’Arte di Milano, l’esposizione di artisti olandesi dalla XXII Triennale di Milano si sposterà poi a Rotterdam il prossimo ottobre. Tra i partecipanti ci sono Academy for Urban Astronauts, Ramon Amaro, Danilo Correale, Design Academy Eindhoven, Reparto ricerca e patrimonio, Il nuovo istituto, Lucy McRae, Melvin Moti, Bregtje van der Haak, Pascal van Hulst e Oscar Peña, Richard Vijgen e Leanne Wijnsma.


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