The Netherlands, an outsider's view.

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ART

“I prestiti temporanei sono solo un pretesto”; la controversia sui musei etnografici continua

La questione della restituzione apre anche al problema della tutela e del mantenimento delle opere d'arte



La campagna per la restituzione dei bronzi del Benin è sicuramente una delle battaglie-simbolo della lotta per la restituzione dell’arte africana sottratta durante l’era coloniale. Tutto ha avuto inizio nel 1960, l’anno dell’indipendenza della Nigeria. È da lì che le autorità nigeriane hanno iniziato a fare pressioni a governi, musei e istituzioni europee al fine di vedere i Bronzi tornare al loro paese di provenienza. 

Due dei famosi bronzi di Benin, creati dall’artista Ahianwen-Oro, sono stati restituiti nel 2014 dall’inglese Mark Walker. L’evento ha scatenato l’avvio di nuove richieste di rimpatrio. Walker aveva ereditato l’opera dal suo bisnonno, che prese parte al saccheggio del Benin.

La campagna non si ferma

La campagna per la restituzione e il rimpatrio di manufatti africani è diventata sempre più forte grazie all’emergere di una nuova generazione di leader africani, storici e collezionisti più consapevoli e rispettosi del patrimonio artistico e culturale africano.

Durante la Giornata internazionale dei musei, tenutasi il 18 maggio 2019, l’AFRICOM, il Consiglio internazionale dei musei africani, ha potuto celebrare pubblicamente le prime restituzioni. Inoltre, sempre in quell’occasione, il portavoce ha dichiarato il suo impegno e la sua determinazione nel portare avanti la causa.

Il 3 settembre 2019 si terrà una conferenza generale del Concilio Internazionale dei Musei, detto ICOM, a Kyoto, in Giappone. AFRICOM  parteciperà e si discuterà ulteriormente della restituzione dei patrimoni artistici e culturali ingiustamente sottratti ad altri paesi durante periodi storici difficili.

Francia e Gran Bretagna, posizioni poco chiare

 L’anno scorso, durante l’apertura del Museum of Black Civilizations, il governo senegalese ha sollecitato Macron di restituire tutta ‘l’arte rubata’ in circolazione nei musei francesi.

Nel 2017 la Francia aveva accettato la restituzione di 26 opere. Inoltre, sempre Macron, all’inizio del 2019 aveva proposto di riunire partner europei e africani a Parigi allo scopo di elaborare una politica di scambio. Nonostante la proposta del primo ministro, l’incontro non è mai avvenuto.

Alla Francia sarebbe stato richiesto di consegnare a ciascun paese africano un inventario di tutte le opere provenienti dal periodo coloniale. Attraverso l’aiuto di commissioni bilaterali, i governi africani avrebbero poi potuto selezionare gli articoli che desideravano essere restituiti. In caso la Francia si fosse opposta alla restituzione, avrebbe dovuto dimostrare che i pezzi in questione sono stati legittimamente acquisiti. Comunque, niente di tutto ciò sembra essersi davvero realizzato.

Sono circa 90.000 le opere d’arte africane nei musei francesi, la maggior parte ospitate nel etnografico museo Quai Branly, famoso anche per le sue collezioni d’arte asiatica.

In ogni caso, la Francia non è il paese con il maggior numero di opere ingiustamente sottratte alle colonie. Gran Bretagna e Germania detengono di gran lunga i primi posti in classifica.

Fino ad ora, la legge francese ha rifiutato di cedere gli artefatti di proprietà del governo, anche se acquisiti tramite saccheggio, e la Gran Bretagna non sembra pensarla diversamente.

Prestito o restituzione?

Savoy e Sarr, nel loro studio di 108 pagine, sostengono che i musei in questione dovrebbero garantire il trasferimento completo di proprietà, non il prestito a tempo limitato. Questa dovrebbe essere la regola base a meno ché i musei europei non siano capaci di dimostrare di aver acquisito le opere “legittimamente”.

Mentre molti, in particolare in Africa, hanno accolto con favore la tesi di Savoy e Sarr, i mercanti d’arte europei sono scettici riguardo al suo intento e ai suoi scopi. Alcuni dicono che il rimpatrio potrebbe lasciare i musei francesi quasi vuoti, e mettono in discussione la legittimità dell’intero principio della restituzione. Si sostiene infatti che dato che molti dei regni africani vittime dei saccheggi ora non esistono più, nessuno avrebbe più il diritto di rivendicare le opere.

Simon Njami, redattore del giornale d’arte parigino Revue Noire, ha addirittura definito la mossa “una promessa folle” che non si sarebbe mai materializzata oltre la retorica.

Tuttavia, il rapporto ha offerto una visione alternativa a quella dei vari istituti europei che hanno spesso optato per il prestito piuttosto che il rimpatrio. Tra questi un esempio lampante è il Benin Dialogue Group (BDG), sotto il British Museum di Londra.

Un altro caso recente è quello della primavera passata, quando il ministro della Cultura etiope ha discusso con il British Museum il potenziale ritorno di 11 tabot attualmente conservati nel museo britannico. Il verdetto finale, chiaramente, è stato quello di escludere la restituzione ma concedere un prestito. 

Mentre la Nigeria ha infine accettato l’opzione del prestito, la scelta dell’istituzione britannica è stata molto discussa. Savoy e Sarr nel loro rapporto hanno avvertito che tale tattica potrebbe in realtà essere usata come pretesto per sviare le richieste di trasferimento permanente.

Un’altra tesi a sostegno della conservazione delle opere nei musei europei è quella riguardante la manutenzione delle opere. Infatti, molti credono che spostare artefatti spesso antichi e fragili recherebbe dei danni importanti agli oggetti che hanno bisogno di cure specifiche e spazi adeguati.



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