The Netherlands, an outsider's view.

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ART

“I prestiti temporanei sono solo un pretesto”; la controversia sui musei etnografici continua

La questione della restituzione apre anche al problema della tutela e del mantenimento delle opere d'arte



La campagna per il rimpatrio dei bronzi del Benin è sicuramente una delle battaglie simbolo della lotta per la restituzione dell’arte africana sottratta durante l’età coloniale. Tutto ha avuto inizio nel 1960, l’anno dell’indipendenza della Nigeria. È da allora che le autorità nigeriane hanno iniziato a fare pressioni su governi, musei e istituzioni europee.

Due dei famosi bronzi del Benin, creati dall’artista Ahianwen-Oro, sono stati restituiti nel 2014 dall’inglese Mark Walker. Il precedente ha innescato l’avvio di nuove richieste simili anche da parte di altri paesi. Walker aveva ereditato le opere dal suo bisnonno, che prese parte alla spedizione punitiva del Benin. Nel 1897 gli uomini comandati dal capitano britannico Philiphs avevano richiesto di essere ricevuti dal re locale Ovonramwen durante un particolare rituale in cui all’Oba non era concesso incontrare stranieri. Poichè ogni richiesta di un suddito inglese era assimilabile ad un ordine impartito dal sovrano inglese, il rifiuto non era ammissibile. In seguito all’attacco dei guerrieri locali, la spedizione britannica decise allora di contrattaccare la città ed estorse molte opere d’arte come bottino di guerra. Come ricordano i “candidi” bollettini del tempo, anche una preziosa machera d’avorio raffigurante una principessa fu portata in Inghilterra. Al termine di questa operazione militare oba Ovonramwen fu deportato, la monarchia venne soppressa e il territorio, che prese il nome ufficiale di Benin, fu smembrato in tanti piccoli stati.

La campagna non si ferma

La campagna per la restituzione delle opere d’arte africane è diventata sempre più pressante grazie all’emergere di una nuova generazione di leader, storici e collezionisti sempre più consapevoli e rispettosi del proprio patrimonio artistico e culturale.

Durante la Giornata internazionale dei musei, tenutasi il 18 maggio 2019, l’AFRICOM, il Consiglio internazionale dei musei africani, ha festeggiato pubblicamente le prime restituzioni. Inoltre, sempre in quell’occasione, il portavoce ha ribadito il proprio impegno nel portare avanti la causa.

Il 3 settembre 2019 si è tenuta la conferenza generale del Concilio Internazionale dei Musei (ICOM) a Kyoto, in Giappone. I membri dellìAFRICOM hanno chiesto di discutere ulteriormente la restituzione dei patrimoni artistici e culturali ingiustamente sottratti.

Francia e Gran Bretagna, posizioni poco chiare

L’anno scorso, durante l’apertura del Museum of Black Civilizations, il governo senegalese ha ufficialmente chiesto a Macron di restituire tutta ‘l’arte rubata’ conservata nei musei francesi.

Nel 2017 la Francia aveva accettato la restituzione di 26 opere. Inoltre, sempre Macron, all’inizio del 2019 aveva proposto di riunire partner europei e africani a Parigi allo scopo di elaborare una politica di scambio. Nonostante la proposta del primo ministro, l’incontro non è mai avvenuto.

Alla Francia sarebbe stato richiesto di consegnare a ciascun paese africano un inventario di tutte le opere provenienti dal periodo coloniale. Attraverso l’aiuto di commissioni bilaterali, i governi africani avrebbero poi potuto selezionare gli articoli che desideravano essere restituiti. In caso la Francia si fosse opposta alla restituzione, avrebbe dovuto dimostrare che i pezzi in questione erano stati legittimamente acquisiti. Comunque, niente di tutto ciò sembra essersi davvero realizzato.

Sono circa 90.000 le opere d’arte africane nei musei francesi, la maggior parte ospitate nel museo etnografico Quai Branly, famoso anche per le sue collezioni d’arte asiatica.

In ogni caso, la Francia non è il paese con il maggior numero di opere ingiustamente sottratte alle colonie. Gran Bretagna e Germania detengono di gran lunga i primi posti in classifica.

Fino ad ora, la legge francese ha rifiutato di cedere gli artefatti di proprietà del governo, anche se acquisiti tramite saccheggio, e la Gran Bretagna non sembra pensarla diversamente.

Prestito o restituzione?

Gli esperti Savoy e Sarr sostengono che i musei interessati dovrebbero garantire il trasferimento completo di proprietà, non il prestito a tempo limitato. Questa dovrebbe essere la prassi a meno che i musei europei non siano capaci di dimostrare di aver acquisito le opere “legittimamente”.

Mentre molti, in particolare in Africa, hanno accolto con favore la tesi di Savoy e Sarr, i mercanti d’arte europei sono scettici riguardo al suo intento e ai suoi scopi. Alcuni dicono che il rimpatrio potrebbe lasciare i musei francesi quasi vuoti, e mettono in discussione la legittimità dell’intero principio della restituzione. Si sostiene infatti che, essendo scomparsi i regni africani vittime dei saccheggi, nessuno avrebbe più il diritto di rivendicare le opere.

Simon Njami, redattore del giornale d’arte parigino Revue Noire, ha addirittura definito la mossa “una promessa folle”, irrealizzabile di fatto e buona solo per intenti retorici. 

Lo studio di Savoy e Sarr ha offerto una visione alternativa a quella dei vari istituti europei che hanno spesso optato per il prestito piuttosto che il rimpatrio. Tra questi un esempio lampante è il Benin Dialogue Group (BDG) sotto l’egida del British Museum di Londra.

Un altro caso recente è quello della primavera passata, quando il ministro della cultura etiope ha discusso con il British Museum il potenziale ritorno di 11 tabot attualmente conservati nel museo britannico. Il verdetto finale, chiaramente, è stato quello di escludere la restituzione ma concedere un prestito. 

Mentre la Nigeria ha infine accettato l’opzione del prestito, la scelta dell’istituzione britannica è stata molto discussa. Savoy e Sarr nel loro rapporto hanno avvertito che tale tattica potrebbe in realtà essere usata come pretesto per sviare le richieste di trasferimento permanente.

Un’altra tesi a sostegno della conservazione delle opere nei musei europei è quella riguardante la manutenzione delle opere. Infatti, molti credono che spostare artefatti spesso antichi e fragili recherebbe dei danni importanti agli oggetti che hanno bisogno di cure specifiche e spazi adeguati.






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