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ART

I diari inediti di Jo van Gogh-Bonger, la donna che fu la fortuna di Vincent van Gogh

Pubblicati e accessibili online i quattro diari scritti dalla cognata di Van Gogh tra il 1880 e il 1897



di Klizia Capone

“Non ti voglio scrivere i dettagli, sono troppo tristi”. È il 27 luglio 1890. Vincent Van Gogh si è sparato un colpo di pistola e il fratello Theo indirizza queste righe alla moglie, Johanna Jezina van Gogh-Bonger, dopo essere accorso al suo capezzale a Auvers-sur-Oise. Lo accompagna nella sua agonia fino alla morte e, dopo averlo sepolto, torna a casa.

È l’inizio della fine anche per lui. I tentativi di Johanna di salvare il marito, spronandolo a tornare al suo lavoro e portandolo dai migliori medici di Francia e d’Olanda, saranno vani. Theo morirà solo sei mesi dopo, prostrato dal dolore per il suicidio del fratello e debilitato da una salute da tempo compromessa. Da quel momento la vita di Johanna cambierà per sempre. All’improvviso è sola, con un figlio di nemmeno un anno, Vincent Willem, e la casa sommersa da centinaia di quadri e disegni del cognato, appesi alle pareti o arrotolati e posti “sotto il letto, sotto il divano, sotto l’armadio”, insieme a montagne di lettere.

“Sono sola e abbandonata”, ammette. “Ma ho un compito nella vita”. Si immerge nella lettura della corrispondenza tra Theo e Vincent, oggi assai nota, colma di ispirate descrizioni che lo stesso pittore faceva dei propri dipinti. Ma vi trova anche le sue confessioni più intime. Ed è così che scopre, come in una rivelazione, il valore del cognato, che in vita aveva potuto incontrare soltanto in tre occasioni. “Le ho lette e rilette finché ho visto la figura di Vincent finalmente chiara davanti ai miei occhi”. Comprende, in quel momento, la grande responsabilità che le è toccata in eredità: far conoscere l’opera, sino ad allora di fatto ignorata, di Van Gogh. Forse già intuendo che non sarebbe stato un compito facile.

Vincent van Gogh, Lettera di Vincent a Theo con schizzo dei I mangiatori di Patate, Nuenen, 9 aprile 1885, penna e inchiostro su carta, 20.7 x 26.4 cm, Van Gogh Museum, Amsterdam (Vincent van Gogh Foundation) Lettera 492.

Della sua vita e dell’impresa che, nonostante tutto, riuscì a realizzare abbiamo notizia grazie ai quattro diari da lei redatti tra il 1880 e il 1897, disponibili dal 18 settembre scorso nella versione inglese dell’edizione digitale curata da Hans Luijten, ricercatore senior presso il Van Gogh Museum, sul sito bongerdiares.org.

Se grazie alle lettere di Van Gogh possiamo ricomporre il racconto della vita dell’artista olandese, rifuggendo dall’immagine mitizzata di pittore folle e geniale, i diari di Johanna ci danno la possibilità di ricostruire la vera storia della fortuna postuma del pittore. Ci illuminano su una figura poco conosciuta, ma fondamentale nella valorizzazione dell’opera dell’olandese. Si tratta di oltre cinquecento pagine di notizie preziose, ricordi e annotazioni.

Il 26 marzo 1880, ad Amsterdam, scrive: “Oggi inizio il mio diario. Ridevo di quelli che ne tengono uno, è sciocco, sentimentale, così pensavo […]. Ma nella routine di tutti i giorni c’è così poco tempo per riflettere, e a volte i giorni passano senza che io li abbia vissuti veramente, giorni in cui la vita mi succede, questa cosa è terribile.

Sarebbe tremendo dire alla fine della mia vita: Ho vissuto invano, non ho raggiunto niente di grande o di nobile”. È la prima pagina.

La scrive a diciassette anni e mezzo, quando Vincent van Gogh, allora ventisettenne, stava appena cominciando a dipingere. Jo era nata da una famiglia benestante di Amsterdam e, da adolescente, aveva già le idee chiare. Dedita allo studio delle lingue, aveva ottenuto il permesso di recarsi a Londra per perfezionare l’inglese; qui si era appassionata ai poeti romantici, Shelley in particolare, e aveva divorato pile di libri – Byron, Carlyle, Dickens.

Un’appassionata di letteratura come il futuro cognato Vincent, che a ventisette anni già conosceva approfonditamente le opere di Eschilo, Dickens, Hugo e Shakespeare. Amava il teatro e lo frequentava spesso; nella città londinese era andata a vedere Sarah Bernhardt, che aveva definito “languissante, charmante, ma non piena di arte alta” (diario 2), mentre le preferiva, come modello femminile, George Eliot – pseudonimo di Mary Ann Evans – scrittrice che considerava “donna superiore”, mostrando già allora, in nuce, il suo futuro di strenua sostenitrice della causa femminista.

Persona dotata di un grande spirito di indipendenza, capace di emanciparsi dalle convenzioni in una società e un ambiente – quello artistico – prevalentemente maschili, nei diari si dimostra sprezzante nei confronti degli intellettuali parigini, con cui verrà in contatto una volta sposato Theo, e desiderosa di rifugiarsi nella scrittura come antidoto “all’altrui passione per l’uniformità” e strumento di indagine su se stessa.

Si dimostra determinata e intraprendente quando, perso il marito, si trasferisce a Bussum, un piccolo paese non lontano da Amsterdam e culturalmente assai vivace. Qui apre una pensione, Villa Helma, e comincia a tessere relazioni con critici, pittori e scrittori.

Fa della locanda una sorta di museo e vi espone con orgoglio i quadri del cognato – sul caminetto, nelle stanze degli ospiti, nei corridoi – richiamando l’attenzione di curiosi e intellettuali di Amsterdam, che vi si recheranno sempre più spesso. In questo difficile percorso, il primo barlume s’intravede nel febbraio del 1892: “Domani sera c’è l’incontro all’Arti. Nutro grandi speranze. Ho un senso di indescrivibile trionfo quando penso che ci siamo quasi. L’apprezzamento. L’approvazione. Devo andare a sentire cosa dice la gente, capire il loro atteggiamento. Quelli che ridicolizzavano Vincent e lo chiamavano un folle” (diario 4).

Johanna è in attesa delle reazioni all’incontro dedicato a Van Gogh, organizzato da Arti et Amicitiae. Quest’ultima era un’autorevole società di artisti olandesi, e in quell’occasione le erano stati chiesti in prestito alcuni disegni di Vincent. In seguito a quell’evento, lentamente, la stampa comincia a interessarsi a Van Gogh e le gallerie divengono più disponibili. Ciò nonostante, malgrado il suo infaticabile impegno – o forse proprio a causa di questo – Jo arriva ad essere tacciata di incompetenza e fanatismo, come ci racconta nel quarto diario.

Attacchi che non riescono certo a scoraggiarla. Grazie alla sua tenacia, nell’arco di pochi anni riesce a organizzare numerose mostre in varie città olandesi, fino alla più grande, che si tiene allo Stedelijk Museum di Amsterdam; qui, nel 1905, presenta più di quattrocento opere di Vincent, in una rassegna che, per dimensioni, rimarrà un unicum per molti anni.

Comincia a esporre anche all’estero, ma ai mercanti che vogliono comprare i quadri risponde che non sono in vendita, rimanendo sempre fedele alle indicazioni trovate nelle lettere di Van Gogh: non disperdere l’opera, vendere solo per finanziare nuove mostre, esporre il più possibile. E, coerentemente con quelle indicazioni, si concentra sul figlio: “Tenere tutti i tesori che Vincent e Theo hanno messo insieme, integri per il bambino”.

Gran parte dell’opera di Vincent, infatti, rimarrà al nipote del pittore ed è grazie a questa lungimiranza che oggi possiamo ammirarla, intatta, al Van Gogh Museum di Amsterdam. Se abbiamo l’opportunità di leggere le lettere scritte da Vincent a Theo, lo dobbiamo ancora una volta all’impegno di Jo.

Un carteggio prezioso che ci ha permesso di ricomporre il racconto della vita del pittore e che rappresenta una guida fondamentale per far luce sul suo universo artistico e approfondirne la figura al di là degli stereotipi.

Durante la Prima guerra mondiale, infatti, Johanna, che nel frattempo si è trasferita negli Stati Uniti, si dedicò al completamento della traduzione in inglese del carteggio, e riuscì a pubblicarlo nel 1914, portando a termine la missione avviata dal marito. Molti anni prima aveva scelto per il frontespizio del suo primo diario le parole del poeta americano Henry Wadsworth Longfellow: “Agire e che ogni domani / ci trovi più oltre l’odierna giornata”.

Questo sarebbe stato il motto di una vita non vissuta invano, per tornare alle sue stesse parole, alla fine della quale avrebbe potuto dire, con fierezza, di aver raggiunto qualcosa di grande o di nobile.






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