di Massimiliano Sfregola

L’europeo 2021 verrà ricordato per il “take a knee”, il gesto dei giocatori di inginocchiarsi, come simbolo di lotta al razzismo: da quando il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick, nel 2016, si inginocchiò al termine di una partita di football americano NFL, a sostegno delle battaglie di Black Lives Matter ad oggi, di strada ne è stata fatta.

Vedere inginocchiarsi i calciatori di squadre nazionali di paesi europei che da anni si battono in ogni modo per non affrontare il passato coloniale, vuol dire che c’è speranza per la lotta al razzismo: i belgi hanno dato una lezione a tutti. Proprio il Belgio, un paese con una scomoda eredità coloniale e problemi di razzismo strutturale, da qualche tempo sta cercando di fare passi avanti. E’ della scorsa settimana la notizia che il paese restituirà al Congo tutte le opere d’arte trafugate durante il colonialismo e la decisione unanime della squadra, invia un segnale importantissimo sul piano politico. E con esso alimenta uno spettro di reazioni che rispecchiano lo stato dei dibattiti nazionali sul razzismo.

Non è un caso che l’ostilità più violenta al “take a knee”, sia arrivata proprio dall’Ungheria, un laboratorio nell’UE per razzismo, intolleranza ed estrema destra e peccato che l’Italia dimostri di essere il paese democristiano di sempre: 6 a 5, con BLM ma anche contro. L’Olanda, purtroppo, sceglie una via simile all’Italia ma persino più sciapa: con BLM ma no ad inginocchiarsi perché “è divisivo”.

“Ne abbiamo parlato. Ma abbiamo deciso di non farlo. Stiamo cercando di portare il problema all’attenzione in un modo diverso”, ha detto la scorsa settimana ai media il capitano Georginio Wijnaldum, di origine surinamese. “Abbiamo deciso di non farlo. Innanzitutto perché non l’abbiamo fatto nelle precedenti partite internazionali, ma anche perché stiamo già facendo molto contro il razzismo, anche con la KNVB».

La questione, probabilmente, è più complicata: un sondaggio di Yougov sul sostegno al “take a knee” mostra che l’Olanda è l’unico paese del blocco occidentale, dove gli oppositori sono più dei sostenitori (l’Italia fa, soprendentemente bene: con il 73% è terza, subito dopo Portogallo e UK). La presa di posizione, insomma, rispecchia più un atteggiamento conformista del “non far arrabbiare nessuno” che non una sincera e convinta posizione anti razzista.

D’altronde, il premier Rutte aveva già detto un anno fa che il tema delle scuse per la schiavitù era off-limits perché “divisivo”, un approccio conservatore che ben fotografa l’immobilismo sociale olandese e l’ambizione di eliminare la politica, rimpiazzandola con la sicurezza dei compromessi. Per gli Oranje il non inginocchiarsi è un compromesso perché molti tifosi, soprattutto in provincia, sono razzisti e nessuno ha intenzione di farli infuriare.

In questa logica, il razzismo e la discriminazione (oppure negare che in Olanda esistano razzismo e discriminazione, varianti radicali e moderata dello stesso problema) non sono mali assoluti ma rappresentano le convinzioni di una fetta consistente del paese che, evidentemente, nella dinamica proporzionale che anima ogni aspetto della vita nei Paesi Bassi, meritano di essere considerati.

Un vero peccato: proprio ora che -finalmente- in Olanda si parla seriamente di razzismo, un gesto forte sarebbe di grande significato. Quando Mark Rutte è diventato premier, prendeva in giro gli attivisti anti-razzisti (celebre la “battuta” a proposito del suo amico nero delle Antille, felicissimo di potersi travestire da Zwarte Piet senza bisogno di dipingersi il volto) e definiva “bizzarra” l’idea di eliminare la “carrozza razzista”: oggi, un partito ispirato a BLM è in parlamento, Zwarte Piet è stato messo al bando in molti luoghi e la carrozza è in un museo.

Purtroppo, però, non basta: il processo è solo all’inizio e l’imbarazzo per il “take a knee” mostra che la strada è ancora lunghissima.