The Netherlands, an outsider's view.

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PHOTOGRAPHY

Huis de Marseille ospita gli dei della diaspora nera di Deana Lawson

In corso fino al 1 settembre al museo della fotografia di Amsterdam la prima personale europea dell'artista statunitense



di Giuseppe Menditto

Tutti i soggetti guardano fissi in macchina. I dettagli, volutamente iperrealisti, si nascondono nei particolari: tatuaggi, icone di madonne e parenti incorniciati, gli elastici dei boxer che fanno capolino dalle tute a vita bassissima. Chili e chili di oro.

Del lavoro di Deana Lawson, artista americana acclamata come una delle fotografe più interessanti della sua generazione, si dice che si tratti di “ritratti ambientali”: i soggetti posano plasticamente in ambienti ricchi di dettagli di grande impatto iconografico, non importa che appartengano o meno a chi è fotografato. Saccheggiare i negozietti di seconda mano per allestire il set è per la Lawson parte integrante della costruzione dell’identità dei suoi ritratti. Come in una grande natura morta, ogni oggetto trascende immediatamente se stesso e diventa metafora di qualcos’altro.

La fotografia di Lawson è stata spesso descritta come “una sofisticata messa in scena”: abiti, oggetti, accessori e interni sono deliberatamente combinati, portando il suo lavoro ad essere paragonato anche a quello di Jeff Wall.

A ben vedere, però, della fotografa americana, spesso accostata ai nomi di Diane Arbus, Jeff Wall e Carrie Mae Weems, Lawson si può dire molto altro. Il lavoro di Deana Lawson si concentra sui corpi neri della diaspora in diversi stati americani, nei Caraibi e in Africa. Esamina il significato della diaspora non solo in termini storici, ma anche materiali ed emotivi

Megan Steinman, curatrice della sua mostra all’Underground Museum di Los Angeles, ha dichiarato: “le sue opere sono davvero destinate a rappresentare l’ampiezza e la profondità della diaspora, e quella che potrebbe essere definita un’esperienza universale nera, se solo fossimo in grado di pensarla”.

Durante i suoi soggiorni in Giamaica, Haiti e Africa occidentale, Lawson ha imparato molto sui rituali e sulla spiritualità. In molti di questi riti il corpo viene celebrato attraverso la decorazione e Lawson ha applicato questo approccio alla scelta di abiti, gioielli e accessori nei suoi ritratti. I dettagli del suo lavoro hanno una funzione: collocano i modelli su un piedistallo ed evocano un senso di riconoscimento e connessione con lo spettatore.

Apparentemente casuali, negli scatti casalinghi è tutto studiato nei “minimi dettagli”: nel progetto Nation del 2018, uno dei due uomini ritratti a torso nudo a Soweto, sobborgo di Johannesburg, morde un divaricatore da dentista, tutto in oro. In un angolo della foto, Lawson pone una cartolina ritraente la dentiera di George Washington, che soffrì di denti per tutta la vita. Le due immagini, creando una frizione estetica evidente, vanno bel oltre: leggendo il diario del presidente statunitense, scopriamo che nel 1784 acquistò nove denti “negri” da schiavi afro-americani che lavoravano nella sua piantagione di Mount Vernon. Lo scarto tra le immagini non rimanda solo alla violenza storica ma trasforma questa informazione in uno strumento di potere e di rivendicazione.

Nonostante le smagliature sui fianchi e le protesi alle gambe, il popolo ritratto da Deana Lawson sembra aspirare a un piano più alto, quello di un regno di rinnovata gloria, “in cui gli dei della diaspora si trovano ovunque si guardi: Brownsville, Kingston, Port-au-Prince, Addis Abeba”, scrive Zadie Smith. Non c’è redenzione ma soltanto dignità e autorità negli occhi di queste nuove divinità.

Lawson osserva e assolda i suoi soggetti in metropolitana, nei locali notturni, nelle chiese, nei negozi di bellezza e nei negozi di polli fritti.

La sua fotografia fa anche frequenti allusioni, consciamente o meno, a principi pittorici. La sua attenzione alla composizione, al colore e all’iconografia le conferiscono un posto nella storia dell’arte. Lawson gioca con gli elementi formali dell’illuminazione e del posizionamento dei soggetti, che suggeriscono intimità o provocazione, per rafforzare la sua rappresentazione del potere personale e la libertà dei modelli e delle modelle attraverso i loro spazi personali.

Lawson fotografa spesso persone dei gruppi socio-economici più poveri, dove, dice, riconosce gli ambienti in cui è cresciuta. Li ritrae utilizzando una macchina fotografica di medio o grande formato, catturandone la dignità e la grandezza in un modo che solleva i suoi soggetti al di sopra delle loro origini e delle circostanze quotidiane.

Lenzuola di plastica per divani, tende a rullo, modelle che sfoggiano unghie dai colori vivaci, capelli intrecciati e gioielli in oro ricorrono come motivi stilistici in tutto il suo lavoro. Per Lawson questi simboli contribuiscono a trasmettere il significato dell’identità culturale che studia. In genere, fotografa i suoi soggetti in spazi domestici ristretti che raramente sembrano vulnerabili o confinati.

In questo senso, le immagini di Lawson richiamano quelle di Carrie Mae Weems (1953) e Renee Cox (1960), il cui lavoro ha anche accresciuto la consapevolezza dello status degli afroamericani negli Stati Uniti, e quelle di Diane Arbus (1923-1971).

La fotografa statunitense sente una forte affinità con la cerchia di artisti neri associati all’Underground Museum, un’istituzione fondata nel 2012 a Los Angeles da Noah e Karon Davis come galleria d’arte, club cinematografico, luogo di incontro, di musica e piattaforma di discussione. L’organizzazione, che è gestita principalmente da membri della famiglia, si concentra sull’ “eccellenza nera”.

La mostra in corso all’Huis Marseille di Amsterdam è la prima grande personale del lavoro di Deana Lawson in Europa. Nel 2017 la fotografa ha partecipato alla Whitney Biennial, un evento organizzato dal 1932 dal Whitney Museum of American Art per gli artisti americani più promettenti e influenti. Nei due anni successivi il suo lavoro ha girato tutti gli Stati Uniti – da New York a Chicago, San Francisco e Los Angeles. La sua più recente mostra personale, Planes, tenutasi all’Underground Museum di Los Angeles, costituisce la base per questa nuova mostra ad Amsterdam, insieme ad una serie di nuove opere.

Figlia di un’impiegata della Eastman Kodak Company e di un dipendente della Xerox, Deana, cresciuta a Rochester, Lawson si è laureata nel 2004 in fotografia presso la Rhode Island School of Design. Dopo la prima esposizione nel 2009 a Siracusa, New York, la Lawson ha viaggiato tra Stati Uniti, Giamaica, Haiti, Etiopia e Repubblica Democratica del Congo grazie a una borsa Guggenheim.

L’artista statunitense ha sviluppato un linguaggio visivo unico ed evocativo, ricco di riferimenti autobiografici e storici. Il suo interesse nel mischiare immagini private e memorie pubbliche è evidente nella serie di stampe e cartoline che accosta negli angoli delle pareti, affisse con piccoli chiodi, a formare meta-ragnatele che ti scrutano dal basso o dall’alto. Pochi visitatori vi si soffermano ma l’intreccio narrativo è sempre pronto a essere fatto a pezzi e riassemblato diversamente alla prossima occasione.






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