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CULTURE

Low Content, il paradosso di “radicarsi in movimento” secondo Irina Baldini

Nato da cinque anni di appunti su performances e riflessioni personali, Low Content rilegge la danza come metafora della vita

di Serena Gandolfi

 

“Alcuni di noi hanno bisogno di stabilità e vanno cercando certezze come una casa, un partner, la carriera. Altri di noi trovano nell’instabilità e nel cambiamento invece il fondamento”. È così che Irina Baldini riassume la spinta tra le righe Low Content, il libro che ha recentemente pubblicato prima di immergersi nella produzione di un nuovo lavoro commissionatole dalla Biennale di Venezia. Il 26 giugno infatti parteciperà come coreografa di due performances al dodicesimo Festival di Danza.

Irina, classe 1988, danzatrice di origine italo-finlandese, ha dedicato una vita alla leggerezza e agli spostamenti che le hanno donato una sensibilità particolare al movimento, tema centrale del suo libro. Uno studio sull’espressività e sulla dinamica dei corpi nella danza, come pretesto per riflettere sul più grande tema del cambiamento e della fugacità delle cose.

Nato da cinque anni di appunti su performances e riflessioni personali, Low Content rilegge la danza come metafora della vita. Il corpo danzando scardina le leggi dell’abitudine con movimenti nuovi e inconsueti. Allo stesso modo l’autrice nella vita discute continuamente la finta stabilità quotidiana. Nelle riflessioni che Irina fa riguardo le proprie coreografie traspare la lotta tra l’inconsistenza delle cose e il naturale istinto di volerle trattenere. Solo i corpi nella danza, con le loro forme inafferrabili, riescono ad armonizzarsi al ritmo scivoloso dello scorrere degli eventi.

Low Content

È proprio l’effimero il concetto dietro “What it is, is not it” : la performance che Irina ha dedicato in chiusura di una residenza formativa a Lipsia. Invitati da un megafono che annunciava l’inizio dello spettacolo, gli spettatori entravano in una stanza vuota. Venivano accolti solo dalla registrazione audio di un’esibizione mai avvenuta che si diffondeva da un buco nel muro, aperto su una stanza buia. “Volevo rimarcare l’inafferrabilità della non presenza, provare a descrivere l’attimo in cui il presente non è più tale perché è già passato e per di più, in questo caso, mai esistito”.

Un disorientamento che si ritrova anche nella rilettura di “Content not-yet”, da cui il titolo del libro. Una performance svolta da un corpo interamente coperto da un telo, rendendo impossibile allo spettatore decifrarne i movimenti e predirne la direzione degli spostamenti.

Oltre alla concettualizzazione delle sue coreografie, tra le pagine di Low Content si trovano Daily Entries, Self Interview e poesie. Introspezioni quotidiane che permettono al lettore di spiare tra le intime verità dell’autrice. Certezze che Irina abbandona nel momento stesso in cui queste diventano regola. Dimettendo ogni pretesa di coerenza, propria e altrui, l’autrice si sfida ad abbandonare ogni volta varie forme di stabilità. Come dice nelle ultime pagine è guidata da un “very grounded sense of freedom”.

Il paradosso di radicarsi nella libertà ha accompagnato Irina da Firenze verso Londra, New York, Amsterdam, Lipsia etc. capace di trovare “casa” nel suo corpo più che nei luoghi. È il corpo a riportarla all’adesso, placando le ansie di progetti futuri. Non è infatti in quelle promesse che Irina si riconosce, ma negli spazi bianchi e creativi dei “don’t” e degli “aren’t” in cui tutto è ancora possibile e degno di curiosità.

 

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