The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

Hostile Terrain 94: la mostra statunitense sui migranti fa il giro del mondo

di Viola Zuliani

Author pic: Viola Zuliani

Dal 6 settembre l’Ornajekerk di Amsterdam ospita la mostra Hostile Terrain 94, un progetto partecipato diretto dall’antropologo e professore alla UCLA (Los Angeles), Jason de León. Il tema dell’installazione sono le migrazioni al confine tra il Messico e gli Stati Uniti.

Il progetto va incluso in un’analisi antropologica di più ampio respiro, svolta dallo stesso De León e da Undocumented Migration Project (UMP)  collettivo da lui diretto e composto perlopiù da studenti universitari. Il gruppo ha effettuato a lungo ricerca sulla rotta dei migranti tra il Messico settentrionale e l’Arizona meridionale.

La scelta dell’area geografica non è avvenuta a caso: nel 1994, infatti, lo United States Border Patrol ha implementato una strategia volta a scoraggiare l’ingresso in territorio statunitense, chiudendo i punti di attraversamento fino ad allora più usati. Questa politica ha fatto sì che si scegliessero strade alternative, molto più pericolose; un “hostile terrain”, appunto. Il risultato non è stato quello sperato: le migrazioni non sono diminuite, al contrario, il numero di persone morte per disidratazione e ipotermia durante il percorso, è sensibilmente aumentato.

L’approccio utilizzato da UMP rappresenta una combinazione di elementi antropologici, etnografici, archeologici e forensi, allo scopo di includere nella propria analisi il maggior numero di aspetti relativi all’impresa compiuta dai migranti: la sofferenza, la violenza, le esperienze di sottogruppi diversi (donne, bambini, LGBT, cittadini non messicani).

La mostra è composta da 3.200 cartellini identificativi scritti a mano che corrispondono ai migranti provenienti dal Messico morti cercando di attraversare il deserto di Sonoran (Arizona) tra la metà degli anni ’90 e il 2019. Questi toe tag sono geolocalizzati sulla mappa del deserto che mostra i luoghi esatti in cui sono stati trovati resti umani.

“Inizialmente la mappa doveva essere cosparsa di puntini rossi per indicare i morti. Mi sono reso conto, però, che l’impatto sul pubblico non sarebbe stato quello sperato.” racconta De León a 31mag. “Quando mi e’ venuta l’idea dei cartellini, un gruppo di miei studenti ha iniziato a compilarli. Tutti mi hanno subito detto quanto questo fosse emotivamente impegnativo questo compito e generasse in loro un mix di emozioni contrastanti. E’ davvero intenso dover scrivere il nome di tutte queste persone decedute. Così ho pensato, perché invece di farlo noi, non chiediamo al pubblico di compilare quei cartellini?”

Dopo questa prima idea, il docente si è accorto che questo progetto sarebbe stato facilmente esportabile in tutto il mondo. Il pannello e i cartellini con i nomi dei migranti vengono spediti ad ogni location che ospita la mostra e poi compilati in loco.

Questa pratica ha finora avuto un impatto notevole sui visitatori che, grazie a questo approccio interattivo, possono avvicinarsi di più alla sofferenza patita dai migranti durante il loro viaggio. L’obiettivo di De León è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle migrazioni globali, non solo al confine tra Messico e USA.

La valenza simbolica della mostra si adatta perfettamente alla situazione delle migrazioni in Europa, non solo a quella degli Stati Uniti. E questo è proprio l’obiettivo di De León: “Per me, la parte più importante di questo lavoro è riuscire a sensibilizzare l’opinione pubblica non solo rispetto a ciò che accade in Arizona ma aprire un dibattito generale sulle migrazioni”, spiega l’antropologo.

La mostra proseguirà il suo giro del mondo durante l’autunno e nel 2021, sbarcherà con tutta probabilità anche in Italia, con una tappa a Venezia. Ma non solo: “La prima location che avevamo scelto in Europa era proprio Lampedusa, poi a causa del Covid non è stato possibile procedere ma speriamo ancora di riuscire a farlo e di poter lavorare con i rifugiati che tutt’ora si trovano sull’isola”, spiega De León.