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Het Valkhof, viaggio tra i reperti di Nijmegen la città “romana” d’Olanda

La città del Gelderland ha certamente ragione: nel 98 d.C è stata la prima città dell’attuale territorio olandese ad essere stata riconosciuta come municipium romano

di Martina Bertola

mappa Valeria Gentile

photocredit ©Martina Bertola

 

A un primo sguardo Nijmegen appare come una qualsiasi cittadina olandese. Non sembra distinguersi più di tanto dalle altre: ordinata e pulita con le sue costruzioni in mattoncini rossi. È un po’ meno piatta del resto del paese perché costruita su colline.

Con duemila anni di storia alle spalle, festeggiati nel 2005, questa è la città più antica d’Olanda. Il primato è contestato da città vicine, come Maastricht ma documenti alla mano, la città del Gelderland ha certamente ragione: nel 98 d.C è stata la prima città dell’attuale territorio olandese ad essere stata riconosciuta come municipium romano

Le sue origini, vanto degli abitanti, risalgono infatti agli antichi Romani, che scelsero quelle colline per costruire un avamposto dell’esercito. Questo perché Nijmegen si trovava vicino al Limes, ovvero al confine dell’Impero.

Tracce e reperti di quel periodo sono custoditi presso il museo Het Valkhof, un’istituzione  abbastanza recente, nata nel 1998. in collaborazione tra il Museum G.M. Kam (collezione archeologica nata nel 1922) e il Commanderie van St. Jan più orientato all’arte moderna e contemporanea. Lo scopo era quello di creare un percorso unico che mostrasse al visitatore l’evoluzione dall’antico fino ai giorni nostri.

La sezione archeologica, ben organizzata negli spazi luminosi predominati da grandi vetrate, è una delle più interessanti del paese. La maggior parte dei reperti sono stati ritrovati in loco o non molto distante, in genere lungo le rive del fiume. 

Due plastici mostrano come era organizzata la città nei tempi del suo massimo splendore, durante l’impero di Traiano, imperatore di riferimento per Ulpia Noviomagus Batavorum (nome originale della città: Ulpia in onore di Ulpius Traianus; Noviomagus significa “nuovo mercato”; Batavorum “dei batavi”). Fu Traiano, infatti, a riconoscere i diritti civili a quella che, prima dell’avvento dei Romani era chiamata Oppidum Batavorum. Da una parte vi è la piantina della città stessa, che all’epoca ospitava 5000 abitanti. La maggior parte delle rovine di epoca romana sono state portate via dalle acque del fiume o semplicemente “sepolte” dalla medievale e poi moderna Nijmegen.

Dall’altra parte invece vi è la rappresentazione del castrum romano, ovvero dell’accampamento dell’esercito dove la decima legione, giunta a piedi dalla Spagna, stanziava. Una cartina, poi, aiuta a comprendere come si sviluppava il confine dell’impero,  costituito da una serie di torrette non distanti le une dalle altre. Questo permetteva una comunicazione veloce ed efficace: tramite bandiere, specchi e segnali con il fuoco, era possibile comunicare dall’Olanda fino all’Africa, dalla Spagna fino all’Europa dell’est, in pochissimo tempo. Una sorta di internet ante litteram

Un altro plastico ancora cattura l’attenzione. Si tratta di quello di un tempio, dedicato a Ercole Magusano.

I Batavi adoravano Ercole

Il culto di Ercole era molto diffuso in quelle zone. I Batavi, influenzati dalla religione dei Romani, si identificavano con divinità simbolo di forza e vigore. Questo tempio ha vissuto una triplice vita senza mai venire meno alla sua funzione religiosa. Reperti archeologici hanno svelato la presenza arcaica di un altare destinato alle offerte, tipiche delle religioni barbare. Su questo altare i Romani hanno poi costruito, appunto, il tempio di Ercole. Infine la struttura è diventata una Chiesa, ora diroccata e in disuso, ma il cui abside, nel quale erano state incorporate le antiche colonne romane è ancora visibile nel parco vicino al museo.

La storia al monte dei pegni

In una teca che cattura subito l’attenzione, è sistemato uno dei pezzi più importanti del Valkhof, il cui ritrovamento, nei primi del ‘900, si guadagnò le prime pagine dei giornali olandesi. Si tratta di un Cantaro, una coppa da vino di origine greca. Quella in questione è in argento e l’ottima conservazione permette di ammirare i rilievi delle decorazioni rimasti per lo più intatti. Questo reperto risalente al primo secolo dopo Cristo, sarebbe potuto sparire nei meandri dei magazzini di un monte dei pegni.

Rinvenuto all’inizio del XX° secolo sulle rive della Mosa venne ceduto dal proprietario, ignaro del vero valore della sua scoperta, per pagare dei debiti di gioco. Per fortuna, essere passato di mano in mano numerose volte, qualcuno intuendo l’unicità di quel “bicchiere”, ha pensato bene di consultare uno storico ed è così che il Cantaro ha trovato il suo posto nel Valkhof museum. 

Altri pezzi importanti del museo sono sicuramente le monete, che testimoniano quanti viaggiatori passassero per queste zone. Vi sono monete greche, spagnole, africane e alcune provenienti dall’attuale Romania allora Dacia. 

Nel 1980 davanti alla piazza del museo, furono ritrovati anche delle strutture di pietra intagliata, probabilmente appartenenti a un monumento più grande presente in quella zona. Su uno dei pilastri sono raffigurate Diana, Bacco, Apollo e Cerere, in una rappresentazione volta a sostenere la figura dell’imperatore (all’epoca Tiberio), il cui rilievo risulta tagliato a metà nella parte superiore del blocco. La simbologia evidenzia una celebrazione del potere imperiale, benedetto dagli dei.

Quando i romani pagavano la pensione ai batavi

I reperti presenti raccontano un incontro di civiltà che ha permesso grandi cambiamenti, nonché miglioramenti dello stile di vita, dei cosiddetti barbari. 

L’aspettativa di vita aumentò grazie alle conoscenze mediche dei Romani, diretta eredità dei greci. A testimonianza di questo sono esposti nel museo numerosi attrezzi appartenuti a dottori in grado, se necessario, perfino di operare al cervello senza uccidere il paziente, il più delle volte almeno.

Anche la costruzione di bagni pubblici, di acquedotti e di sistemi fognari più avanzati, contribuì a un generale miglioramento delle condizioni di salute. Durante quel periodo la popolazione crebbe notevolmente di numero e l’aspettativa di vita aumentò, tant’è che i soldati Batavi potevano di fatti aspirare alla tanto amata pensione (a 45 anni) pagata con un pezzo di terra e la cittadinanza romana.

 

Da barabri a pretoriani

I Romani imposero anche una legge comune. Se fino ad allora le dispute si risolvevano a suon di botte o con l’intervento arbitrario dei capi, ora l’intero Impero sottostava alla stessa legislazione. Altra novità importante fu il mercato, che sostituì presto il sistema di baratto a cui si affidavano le popolazioni locali. 

Dal canto loro i Batavi entrarono a far parte dell’esercito romano e presto si distinsero dagli altri auxilia per la loro forza e bravura nel combattimento, tanto da assicurarsi un ruolo come pretoriani dell’imperatore, ovvero come guardie del corpo. 

Per quanto i Romani si credessero più intelligenti e importanti dei barbari, hanno sempre invidiato qualcosa ai Batavi, ma in generale ai barbari del nord: il colore dei capelli. Uno dei beni più esportati dal nord verso Roma erano per l’appunto parrucche bionde o rosse prodotte con le folti chiome nordiche.


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