Le multinazionali hanno una quantità di spazio e potere senza precedenti: i politici di tutto il mondo hanno creato questo spazio e introdotto una legislazione limitando il proprio potere. E con esso quello del cittadino.

“Per un momento ho avuto la fantasia che fosse stato lo stesso Mark Zuckerberg a distruggere Facebook, Instagram e WhatsApp la scorsa settimana. Perché anche lui ne aveva avuto, finalmente, abbastanza di quelle sciocchezze sul ‘costruire comunità’ e sui ‘valori collettivi e comuni dell’umanità’ che ‘riavvicinano il mondo’. Che quindi avesse staccato la spina: poco male”, dice Marian Donner in Brood en spelen sul Groene Amsterdammer.

I pilastri dei social delle origini, invece, si sono rivelati l’opposto di ciò che credevamo, continua Donner. “Ora è chiaro che tutta questa apertura e connessione ha portato anche a un maggiore controllo sociale e a una mentalità mafiosa”.

Un giorno prima del crollo dell’impero di Facebook, l’americana Frances Haugen aveva lanciato l’allarme sul fatto che Facebook sia un “pericolo per la società”. A causa del social di Zuckerberg, le persone concentrano principalmente la loro impotenza e rabbia l’una sull’altra

Haugen ha affermato che gli algoritmi di Facebook stanno deliberatamente alimentando e diffondendo clamore perché è così che si guadagna di più. Ma esattamente lo stesso vale ovviamente per i social media come Twitter e sempre più anche per i normali media o politici come Thierry Baudet.

“Personalmente penso che sia stata principalmente la politica che, con le sue politiche neoliberiste e la fiducia nelle forze di mercato, ha eroso le società. Non da ultimo dando alle multinazionali una quantità di spazio e potere senza precedenti”, dice Donner.

Un buon esempio di quest’ultimo è l’esistenza del cosiddetto arbitrato investitore-Stato (ISDS). Istituito dalla Banca Mondiale: se una politica nazionale causa danni al profitto, l’azienda può citare gli Stati in giudizio.

De Groene Amsterdammer ha recentemente descritto come i Paesi Bassi siano stati convocati per la prima volta davanti a un tale tribunale da due colossi energetici tedeschi, RWE e Uniper, che chiedono più di due miliardi di euro di denaro dei contribuenti come risarcimento per la chiusura anticipata delle loro centrali elettriche a carbone.

Nel 2011, l’Ecuador è stato citato in giudizio dalla società canadese Copper Mesa per la chiusura di una miniera di rame che inquinava il suolo e l’acqua potabile: le proteste della popolazione locale erano state represse per anni da contractors (mercenari) e il tribunale ISDS ha condannato l’Ecuador a pagare 24 milioni di dollari. Nel 2012 sono stati aggiunti altri 1,8 miliardi di dollari (metà del budget annuale per l’assistenza sanitaria) dopo una causa intentata dall’American Occidental Petroleum per non aver rinnovato il contratto petrolifero, osserva Donner sul Groene che aggiunge altri esempi di arbitrati simili.

I politici di tutto il mondo lo hanno fatto da soli: hanno ratificato l’ISDS e introdotto la legislazione necessaria, hanno limitato il proprio potere e quindi il potere del cittadino. E naturalmente ci sono innumerevoli altri esempi di come i governi abbiano dato libero sfogo alle multinazionali. Pensa a mega-investitori come l’americana Blackstone (azienda che, tra l’altro, fornisce mercenari a guerre, o aziende che vogliono proteggere le proprie miniere) che investe in immobili ad Amsterdam -ex case popolari svendute- e li affitta a peso d’oro agli expat.

“Quindi no, non mi sembra che Facebook stia distruggendo da solo la società. Ma ciò che l’azienda assicura è che le persone concentrino principalmente la loro impotenza, rabbia e odio l’uno sull’altro (o su se stessi, come ha mostrato Haugen nel caso di Instagram). Fake news, bolle di informazioni e algoritmi che suscitano commozione assicurano che ci sia sempre un incendio da qualche parte in cui gli utenti possono infuriarsi l’uno contro l’altro in capslock. E’ panem et circenses”.