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In un pezzo d’opinione pubblicato sul sito del Groene Amsterdammer, la ricercatrice Saskia Pieterse dell’Università di Utrecht analizza i concetti dietro le criticate parole del presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijssebloem sul sud che sperpera denaro per “alcool e donne”.

Disciplina nordica contro stravaganza meridionale, sono stereotipi che hanno dominato fin dall’inizio della crisi economica il dibattito pubblico continentale”, scrive la ricercatrice. La generalizzazione più recente sarebbe quella su “alcool e donne” agitata da Jeroen Dijsselbloem nella sua intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung. Nonostante sia stato sollecitato da più parti a porgere scuse, il presidente dell’Eurogruppo ha preferito -invece- avanzarne: è colpa della mia educazione calvinista che mi porta ad essere diretto, ha detto il politico del Pvda.

Sarà cosi? Secondo l’editorialista del Groene Amsterdammer, l’uscita di Dijsselbloem non sarebbe solo un’opinione ma riflesso di mentalità e andrebbe inquadrata in una generale tendenza della politica olandese al ‘patriottismo’ inaugurata ufficialmente dal premier Rutte con il suo “doe normaal”. Per l’autrice, una certa opinione comune in Olanda vede onestà e conti in ordine non più come una caratteristica culturale ma semplicemente una manifestazione del “giusto”. Un sorta di supremazia per antonomasia del calvinismo.

“Het huishoudboekje op orde hebben” (il libro contabile in ordine) è inserito, addirittura, in un evento pubblico come il Prinsjesdag, ossia un appuntamento ufficiale dedicato al bilancio “familiare” della nazione Olanda.

Onestà e bravura nel tenere i conti in ordine diventano, quindi -secondo molti olandesi- “il” modo di fare. D’altronde, chi avrebbe mai qualcosa da obiettare al riguardo? Chi mai potrebbe trovare positivo sperperare soldi o non parlare con onestà? Questi principi sembrano universali e condivisibili ma in realtà si tratta di concetti volti a costruire una sorta di superiorità morale che l’Olanda si è autoattribuita, scrive la Pieterse.

L’atteggiamento di Dijsselbloem con i paesi sud-europei, prosegue l’autrice, ricalca quello di superiorità mostrato nei confronti delle ex-Antille: nonostante si tratti di territorio dei Paesi Bassi, l’approccio “pedagogico” adottato dai politici de l’Aja è stato sempre “noi contro loro”. L’Olanda amministra bene i suoi conti, le Antille sperperano: un esempio, sono le frasi offensive di politici come Brinkman del PVV, che voleva “vendere” al Venezuela le isole caraibiche oppure la sufficienza mostrata da Mark Rutte che in un discorso sull’isola di St. Eustasius si è detto “senza speranza” per l’economia locale a causa della corruzione “endemica” nell’isola.

Da dove viene questa “schiettezza” olandese? Secondo l’accademica sarebbero due e distinti i percorsi: il primo è culturale.  René van Stipriaan spiega in Auris Batavia che l’olandese sarebbe un “sempliciotto” che non coglie la complessità di doppi significati; i modi poco educati sarebbero il risultato di scarsa civilizzazione.

Questa semplicità culturale avrebbe avuto, sul piano economico, e qui si parla del secondo percorso, un’applicazione pratica virtuosa: credibilità e attendibilità sarebbero in questo caso sinonimo di buona reputazione. Nessuna falsa promessa per i mercanti olandesi, solo negoziati chiari e diretti.

 

 

Justus van Effenn, nell’Hollandse Spectator (1731), scrive ancora l’accademica di Utrecht, elogiava l’autenticità olandese: meglio semplici e diretti che cortesi ma ipocriti. Nella letteratura, secondo il settimanale di Amsterdam, è frequente il riferimento a questa “schiettezza” considerata un valore di una volta, contro la ‘corruzione’ morale dei popoli delle colonie e del resto d’Europa.

Questo senso di “superiorità morale” della comunità olandese non sarebbe un principio esplicito e strutturato ma, viceversa, una forma mentis percettibile nell’idea del “modo migliore di fare le cose”: lo standard olandese, secondo alcuni olandesi, è indubbiamente il migliore e più apprezzabile.