In un pezzo apparso sul settimanale Groene Amsterdammer si parla di una questione cruciale nel dibattito odierno sul vaccino anti-coronavirus: lo Stato olandese non potrà produrlo perchè i laboratori sono stati privatizzati. L’esempio più concreto, scrive il Groene, è una vicenda avvenuta all’indomani dell’11 settembre: nel timore dello scoppio di una guerra batteriologica, l’allora ministro della salute, ordinò la produzione di vaccini anti-vaiolo -ritenuto, in quel momento, la minaccia peggiore da parte dei terroristi- che vennero realizzati, per tutta la popolazione, in appena sei mesi.

“Il ministro Hugo de Jonge non è più in grado di fare ciò che il ministro Borst [ministro della salute nel 2001] è stato in grado di fare. Il laboratorio di vaccini statale è stato venduto. Quando il coronavirus si diffuse in tutto il mondo, De Jonge era impegnato a vendere l’ultima parte dell’istituto di vaccinazione ancora statale”.

Una volta completata questa privatizzazione, scrive ancora il settimanale, i Paesi Bassi avranno esternalizzato l’intera produzione e in 10 anni gran parte della ricerca sui vaccini non sarà più pubblica. “L’infrastruttura di conoscenza sui vaccini è andata perduta”, afferma Ben van der Zeijst, professore di vaccini e vaccinazioni all’Università di Leiden al settimanale.

Il caso olandese non è unico: sarebbero diversi i paesi ad aver venduto i loro laboratori per la produzione di vaccini alle aziende farmaceutiche ma trattandosi di un’attività poco remunerativa, le aziende sarebbero poco inclini ad investirci. La cooperazione tra Stati non è decollata e nonostante il governo sia stato messo in guardia dai rischi di una privatizzazione così rigida, nessuno ha ascoltato gli esperti. “Non venderete anche i vigili del fuoco, vero?” avrebbe detto sarcastico, Hans de Goeij,. Ma il suo rapporto non è stato ascoltato affatto: la privatizzazione è stata condotta in modo rigido e silenzioso.

La piattaforma di giornalismo investigativo Investico ha ricostruito per De Groene Amsterdammer e per il programma radiofonico Argos, la scomparsa delle conoscenze sui vaccini nei Paesi Bassi: nel 1997, dice il microbiologo Ben van der Zeijst, si trattava di un’eccellenza.

Circa un terzo di tutti i vaccini attuali in tutto il mondo si basano su studi dell’istituto olandese: dal 1901 il laboratorio centrale per la supervisione statale della sanità pubblica ha condotto ricerche su colera, difterite, tubercolosi, tifo, sifilide e  spagnola, scrive l’inchiesta di Groene Amsterdammer. I ricercatori olandesi sono stati in grado di produrre autonomamente tutti i vaccini per bambini nei loro laboratori, hanno fornito milioni di vaccini contro il vaiolo all’Organizzazione mondiale della sanità e sono stati i primi a trovare un modo per rendere il vaccino contro la polio dieci volte più economico, un’invenzione di cui RIVM è ancora orgoglioso.

Ma dai primi 2000 la situazione cambia: l’istituto sbaglia una mossa dietro l’altra e le indagini ne mettono a nudo una gestione, recente, amatoriale e molto dispendiosa. “La vera goccia finale è il vaccino dktp, contro la difterite, la pertosse, il tetano e la poliomielite”, sie legge. Quel vaccino ebbe una storia travagliata ma il risultato finale fu che anni di ricerca finirono nel secchio.

Secondo il Groene, la causa di questa decadenza è dovuta ai cambiamenti della nuova epoca storica: tecnologia e standard più rigorosi hanno fatto diventare l’istituto olandese per i vaccini non più al passo ma soprattutto non redditizio. L’industria farmaceutica era una concorrenza troppo difficile da rincorrere: vaccini prodotti più in fretta e con standard più elevato. Ma il privato non è interessato a sviluppare vaccini per le emergenze, come ha detto anche l’OMS, perchè “l’innovazione guidata dal mercato fornisce incentivi insufficienti al settore privato per investire nella ricerca e nello sviluppo di vaccini”. “”È un fenomeno ben noto: poiché non è chiaro quali epidemie emergano quando, è economicamente poco attraente per le aziende farmaceutiche investire nella ricerca sui vaccini”, spiega al Groene van der Zeijst che aveva messo in guardia, diverse volte, dal rischio dell’arrivo di pandemie.

Tuttavia, con l’Istituto sfiduciato e il suo direttore non più preso seriamente da RIVM, nel 2009, il governo decise di sbarazzarsi del centro per i vaccini. Con la crisi economica e i milioni di euro che la produzione di vaccini mandava in fumo, la vendita fu vista come l’unica opzione possibile.

Serum Institute of India, gestita da Cyrus Poonawalla, che era stato un intern presso RIVM, si mostra interessato all’acquisto: la fabbrica per la produzione di vaccini, viene convertita per la produzione di quello contro la poliomelite, debellata in occidente ma ancora una piaga in Africa e Asia. Nonostante rassicurazioni da parte della politica, nel 2012, che in caso di necessità le strutture del vecchio centro avrebbero potuto essere utilizzate i nuovi proprietari negano: nessun accordo, in questo senso, è mai stato stipulato. Il dipartimento della ricerca era rimasto pubblico ma a smantellare anche quello ha pensato Edith Schippers, la ministra della salute nel governo Rutte II. 

“Ma mentre i Paesi Bassi vendono i propri istituti, non si fa nulla per garantire un’alternativa internazionale”. L’OMS ha avvertito per anni che i paesi devono investire in nuovi vaccini per prepararsi a nuove epidemie (e la ricerca sui coronavirus è in cima alla lista da anni) ma gli investimenti non si materializzano, nonostante il fatto che i focolai di mers e sars dimostrino il rischio delle epidemie.

In realtà, la Coalition for Epidemic Preparedness Innovation (cepi) era stata lanciata all’indomani dell’Ebola ma solo la settimana scorsa, il governo olandese ha deciso di contribuire alla ricerca internazionale stanziando dei fondi: secondo il Groene, l’interesse pubblico per i vaccini è finalmente tornato in agenda. Ma secondo gli esperti sentiti dal settimanale, potrebbe essere un fuoco di paglia: finita l’emergenza, finiranno i fondi. La carenza di investimenti strutturali, infatti, è la causa della lentezza nello sviluppo del vaccino anti-corona: la ricerca sulla Sars era già molto avanzata e se i finanziamenti non fossero stati interrotti, dicono alcuni esperti, probabilmente i tempi per un vaccino anti-corona sarebbero stati più brevi.