di Caterina Cerio

 

Parlare di “verde”, “ecologico” ed “ecosostenibile” fa vendere, legittima scelte economiche e politiche ma non sempre è sincero interesse per l’ambiente. Greenwashing è un’espressione oggi molto diffusa che mescola marketing ed estetica del sociale adottata da aziende e organizzazioni di vario tipo per apparire impegnate nella difesa dell’ambiente.

Il termine stesso unisce infatti la parola “green”, il colore simbolo dell’ecologia, e la parola “washing” che richiama il concetto positivo di pulizia, ma anche il verbo “whitewash”, ossia imbiancare e nascondere.

Quello che in modo particolare le industrie stanno facendo negli ultimi anni è conquistare il favore del consumatore celando le reali modalità di produzione della merce, sotto una patina di pubblicità ambientalista fasulla.

Nasce negli anni ’60, ma è ancora attuale

Il Greenwashing ha registrato incrementi decisamente rilevanti specialmente negli ultimi decenni. L’utilizzo di questo neologismo si deve all’ambientalista statunitense Jay Westerveld, che lo impiegò per la prima volta nel 1986, ma già a partire dagli anni ‘60, con la nascita delle organizzazioni ecologiste, si è prestata maggiore attenzione a pubblicità ingannevoli di questo genere.

L’obiettivo di un numero sempre maggiore di industrie è quello di distogliere l’attenzione del cliente dalla natura del prodotto in sé, spostando i riflettori sulla “buona causa” che muove l’intera azienda. Spesso e volentieri si tratta, invece, di pure strategie di marketing finalizzate a creare l’immagine di una produzione “a impatto zero” e all’avanguardia.

Si prendono gioco del consumatore e dell’ambiente

L’attuale situazione ambientale è realmente preoccupante ed è un tema di cui i consumatori sentono parlare quotidianamente, tramite social media e mezzi di comunicazione.

Le aziende, attraverso la pratica del Greenwashing, fanno leva su questa problematica concreta, interessate maggiormente a visibilità e successo piuttosto che ad un reale impegno nella salvaguardia del pianeta.

Secondo alcune statistiche, spesso sono i marchi più famosi a scegliere questa subdola strategia per incrementare il fatturato, ingannando i clienti e celando l’impatto ambientale dell’inquinamento causato dalle loro industrie.

Non solo nel marketing

Purtroppo il Greenwashing non è circoscritto solo al mondo del marketing, ma rientra in una vasta serie di strategie adottate da istituzioni politiche e organizzazioni di vario tipo. Queste ultime infatti si pubblicizzano fautrici, ad esempio, di battaglie in difesa dell’omosessualità o della parità dei sessi, con l’unico scopo di raggiungere una maggiore visibilità agli occhi dell’opinione pubblica, pur non essendo realmente impegnate nelle tematiche sociali di cui parlano.