di Francesca Spanò

Il mondo del video making è una realtà complessa fatta di creativi, registi, producer, montatori, assistenti e chi più ne ha, più ne metta. Ai neofiti della materia tocca barcamenarsi tra corti, lunghi, documentari, docu-film, commercial, video musicali, grandi e piccoli brand, agenzie e pubblicitari. C’è poi chi fa cinema e TV, cioè chi produce film destinati alla grande distribuzione cinematografica e televisiva.

Il percorso è quasi sempre il seguente: creativi squattrinati sgomitano per entrare nelle grazie dei grandi con i soldi in tasca. A volte, però, capita il contrario: si comincia alla corte dei grandi, investendo le proprie competenze nella sacra missione di convincere la gente a comprare più scarpe o più vestiti, per finire poi, nauseati, a “lavarsi il Karma” – come dice Zoe – nel mondo del no profit. Romana, da anni ad Amsterdam, nel 2008 ha salutato, insieme al collega videomaker Marco, una nota agenzia pubblicitaria della capitale olandese per fondare Godmother. 

“L’esperienza in agenzia è stata senza dubbio formativa, ma dopo due anni, non mi interessava più aiutare Adidas o Nike a fare più profitto. D’altra parte io vengo da una realtà diversa, più sociale di quella“, dice Marco che, come racconta, ha mosso i primi passi da video maker nel mondo delle tv dal basso (leggi pirata) a Roma, nel quartiere di San Lorenzo. “Quell’esperienza mi causò non pochi problemi e per continuare a lavorare in maniera indipendente è stato meglio spostarmi altrove” – prosegue –“La pubblicità non era affatto il mio sogno ma solo un punto da cui ricominciare”.

I due videomaker si definiscono media refugees. “Incontrai Marco mentre portavo avanti Interferenze, un progetto sui media pirata in Italia,  Fondammo Godmother durante il Berlusconi II, quando il tema della libertà di espressione era caldissimo in Italia. Chiamarci ‘media refugees’ ci parve appropriato”

Fondendo esperienza tecnica e passione per l’attivismo, hanno così iniziato ad occuparsi di no profit, non senza il disappunto di qualche vecchio collega.

Con Greenpeace abbiamo fatto una campagna contro Nike e Adidas che producevano in Cina scaricando nelle acque cinesi sostanze tossiche. La reazione allo spot è stata immediata da parte delle aziende. È andata così bene che in fondo è andata male” – sorride Marco – “Erano previsti tre video, invece già dopo il primo avevamo raggiunto l’obiettivo quindi, ahimè, le altre produzioni sono state cancellate“.

Tuttavia è noto che le ONG non abbiano le stesse risorse finanziarie dei grandi brand. Così i pirati sono costretti, a volte, a trasformarsi in corsari, assecondando anche richieste insolite.

Durante le riprese di un lungo che stiamo girando ora sul Red Light – una sorta di favola dark dentro il quartiere a luci rosse – abbiamo conosciuto una prostituta che ci ha ricontattato perché girassimo il video di lancio della sua sexy web chat. Abbiamo accettato, ma non eravamo convinti perchè non avevamo mai girato niente del genere. Alla fine è venuto fuori proprio un bel lavoro, in stile Sin City.  Per approfondire il lavoro di ricerca sul documentario, siamo entrati in contatto con molte prostitute – spiega Zoe. “È stato molto interessante, ma anche costoso” interviene Marco, “50€ ogni quarto d’ora“.

In fondo si sa, la vita dei pirati non è facile e talvolta il conto per esser usciti dal mainstream può rivelarsi salato.