Dodici veterani del Dutchbat, i caschi blu olandesi che non riuscirono ad evitare il massacro di Srebrenica, si costituiranno parte civile contro il governo dei Paesi Bassi, responsabile – a detta loro – di averli mandati in una missione impossibile. Lo hanno dichiarato a ANP, l’agenzia nazionale di stampa olandese, i loro avvocati Michael Ruperti e Klaas Arjen Krikke.

Sono passati più di vent’anni dai giorni in cui oltre 8,000 musulmani bosniaci furono massacrati dalle milizie serbo-bosniache del generale Mladic, col sostegno del governo centrale di Belgrado, ma la questione Srebrenica non è ancora chiusa per I Paesi Bassi. I dodici veterani, tanto soldati semplici quanto gli ufficiali, sono stati costretti secondo i loro avvocati ad assistere inerti al massacro. Per vent’anni il Dutchbat è stato accusato della disfatta, sostengono i due legali, solo perché il governo olandese non ha mai riconosciuto che la missione affidatagli era oltre ogni limite, e il danno sociale, emotivo e finanziario dei loro dodici clienti è stato altissimo e mai compensato.

Il 25 giugno, giornata nazionale dei veterani, il ministro della difesa Jeanine Hennis aveva dichiarato pubblicamente a Den Haag che il Dutchbat era stato mandato a difendere l’enclave di Srebrenica con troppi pochi uomini (400) e senza adeguata preparazione, senza equipaggiamento e con scarse informazioni. L’ex comandante del Dutchbat, Thomas Karremans, che oggi vive in Costa del Sol a causa delle continue minacce e degli insulti di cui è stato fatto oggetto dopo i fatti di Srebrenica, ha fatto sapere di sostenere la causa.

La dichiarazione arriva al momento giusto, sfruttando il dibattito avviato dopo le dichiarazioni del ministro della difesa e le ulteriori discussioni che sorgeranno in occasione del ventunesimo anniversario del massacro, che ricorrerà l’11Luglio.