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FOCUS

Gli affari di Shell nel delta del Niger

E' vero che la multinazionale anglo olandese ha aiutato il regime nigeriano a tappare la bocca agli oppositori?



Shell ha dedicato una pagina intera del suo sito per rassicurare i clienti, preoccupati per la pessima pubblicità fatta loro da organizzazioni per la tutela dei diritti umani a causa di una gestione ritenuta rispettosa solo dei profitti. Leggendo la lunga lista di violazioni contestate al colosso petrolifero, tuttavia, non c’è sicuramente nulla di cui stare tranquilli.

Il caso più noto riguarda la comunità di Ogoniland, una regione sul delta del fiume Niger, colpita dal tasso di inquinamento provocato dalla pesante estrazione di greggio e dai frequenti riversamenti di oro nero dovuti alla scarsa messa in sicurezza dell’area. Shell ha negato per anni l’entità dei danni ma un’agenzia ONU, l’UNEP (United Nations Environment Programme) ha lanciato nel 2011 l’allarme su  come l’inquinamento abbia pesantemente compromesso l’ecosistema nella regione e messo a rischio la salute dei suoi abitanti.

Dopo un’offerta iniziale di risarcimento danni che ammontava ad appena 4mila gbp (circa 5mila euro), il caso si è chiuso nel 2015 con un risarcimento record di 55milioni di sterline, il più alto mai pagato per danni ambientali.

Ma la disputa con Shell non si limita ai danni: le accuse più gravi, infatti, riguardano casi di corruzione  per aver cercato di fermare gli attivisti locali che si opponevano all’estrazione del greggio nell’area. Diversi rapporti di Amnesty International e di altre ngo hanno messo in luce gli intrecci politici tra i governi locali corrotti e la multinazionale anglo-olandese.

Il caso dei c.d. “Ogoni nine”, ossia 9 attivisti giustiziati per impiccagione nel 1995 perchè ritenuti dalla giunta militare che guidava allora la Nigeria dei cospiratori, arriva ora davanti ad un tribunale olandese: secondo la vedova di Ken Saro Wiwa, scrittore e attivista fondatore di Movement for the Survival of the Ogoni People (MOSOP), Shell ha avuto un ruolo centrale nell’esecuzione del marito e degli altri 8.

Secondo un documento pubblicato da Amnesty International   il mese scorso,. sarebbe stata massima priorità per la multinazionale petrolifera, mettere a tacere quelle voci che contestavano la sua presenza in Nigeria. 

La ngo sostiene di aver visionato documenti interni a Shell che confermano come i vertici sapessero che il processo ai 9 attivisti non era stato imparziale e che la compagnia aveva addirittura offerto alla famiglia di Saro Wiwa aiuto per liberare l’uomo, se avesse “ammorbidito la sua posizione” nei confronti degli affari petroliferi.

I controversi rapporti tra la giunta militare nigeriana negli anni ’90 e Shell non sarebbero mai stati adeguatamente indagati, ha sostenuto la vedova di Saro Wiwa.

La multinazionale anglo-olandese ha respinto ogni accusa.






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